Come (e quanto) l´Italia ha sprecato il dividendo dell´euro

Da Formiche.net dell’8/11/2012

In un articolo di qualche giorno fa, e ripreso dal sito di Fermare il Declino, ho cercato di modellizzare l´impatto, in termini di minori interessi pagati, dovuto all´adesione dell´Italia alla moneta unica. L´idea era quella di verificare se la cifra di 700 miliardi di euro indicata da Oscar Giannino e ridicolizzata da Claudio Borghi, fosse attendibile come “ordine di grandezza” nel quantificare il cosiddetto “dividendo dell´euro.”

Nell´articolo facevo presente che qualsiasi tentativo in tal senso sarebbe stato arbitrario, in quanto non siamo in grado di predire che cosa sarebbe successo se l´Italia fosse stata esclusa dall´euro. Rimane il fatto che quel semplice calcolo mostrava che i 700 miliardi indicati da Giannino non erano poi una “balla colossale” ma un risultato molto vicino a quello che, molto grezzamente, avevo calcolato io.

Visto che le polemiche non mi interessano, ma le critiche sì, provo a rispondere ad alcune delle obiezioni che il professor Gustavo Piga ha fatto al mio articolo nei giorni scorsi.

1. Conta il tasso reale, non quello nominale

La tesi è la seguente. Se pago un tasso di interesse nominale del 20% e oggi mi indebito per 100, tra un anno dovrò restituire 120. Ma se nel frattempo anche i prezzi sono aumentati del 20%, i 120 di domani, in termini reali, varranno quanto quelli di oggi, per cui in realtà ho pagato un tasso reale pari a zero. Si conclude quindi che pagare il 20% di interessi con un 20% di inflazione è equivalente a pagare zero interessi in un regime di prezzi stabili.

Nella realtà, però, la cosa si complica, principalmente per due motivi. Il primo è che non posso conoscere in anticipo il tasso di inflazione che ci sarà tra 3, 5 o dieci anni, e se mi indebito a lungo termine con inflazione e tasso nominale molto alti, rischio di trovarmi dopo qualche tempo, con un´inflazione molto più bassa e tassi di interesse “reali” da usura. Lo stesso, ovviamente, vale per il debito pubblico ed è il motivo per cui quando si è in una situazione del tipo 20/20 (20% interessi, 20% inflazione), di solito la vita media del debito è molto bassa.

Il secondo motivo è che un tasso di inflazione alto non è esattamente salutare per l´economia e soprattutto non è controllabile. Si parte con l´idea di cavalcare la tigre inflazionistica e si finisce a correrle dietro attaccati per la coda, incapaci di arrestarla.

2. Non sappiamo come sarebbe andata a finire

Il professor Piga ipotizza che, trafitti dall´orgoglio ferito per non essere stati ammessi nell´euro, saremmo stati spinti a “far meglio” dei nostri vicini ammessi nella moneta unica. Tutto è possibile. Non comprendo da dove derivi tutta questa fiducia nella classe politica che ci ha governato negli ultimi 18 anni. Se poi teniamo conto che il il primo argomento usato per auspicare un ritorno alla lira è proprio la possibilità di poter “svalutare competitivamente” la moneta nazionale, direi che ci possiamo togliere ogni dubbio.

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Quanto abbiamo “risparmiato” in interessi con l’euro?

Fare una stima del beneficio, in termini di minori interessi pagati per il servizio del debito, dovuto all’entrata dell’Italia nell’euro è qualcosa di molto complicato. Le emissioni di debito pubblico sono continue e con scadenze diverse, le decisioni di politica economica sono pesantemente condizionate dall’andamento dei mercati dei titoli e così via. Dobbiamo infatti chiederci. Un’Italia che fosse rimasta con la lira avrebbe svalutato, oppure no? Quanto avrebbe beneficiato del calo generale dei tassi di interesse, nella prima decade del terzo millennio? Avrebbe attuato politiche economiche più o meno spendaccione di quelle effettivamente praticate?

Non lo possiamo sapere. Continua a leggere

Keynes contro….. Keynesblog!

Qualche tempo fa, avevo spiegato come un modo facile per dare autorevolezza al proprio blog fosse quello di richiamarsi a un qualche famoso autore del passato, preferibilmente morto e sepolto, di cui autoproclamarsi moderni araldi ed interpreti.

Un case study di questo strategia è sicuramente Keynesblog, dove il faccione del più famoso economista del secolo scorso, ricorre con insistenza in tutte le pagine. Gli autori del blog, Guido Iodice e Daniela Palma, oltre alla quotidiana (o quasi) offerta di articoli, hanno messo a disposizione un documento pdf che riassume, a grandi linee, quella che dovrebbe essere la ricetta keynesiana per uscire dalla crisi e raggiungere uno stato permanente di crescita economica, quello che Keynes ha chiamato “quasi boom” nella Teoria Generale. Continua a leggere

Chi manipola i mercati?

Nelle settimane scorse è scoppiata la polemica sulle manipolazioni dei tassi di interesse effettuate da Barclays (caso molto probabilmente tutt’altro che isolato). Ne ho parlato qualche giorno fa, sottolineando come sia veramente ipocrita prendersela con la cricca dei banchieri quando i più grande manipolatori dei tassi di interesse sono le banche centrali.

Ora invece voglio fare un piccolo “gioco”.

Immaginiamo di essere un operatore di borsa a Milano e di avere dei buoni informatori. Il 24 luglio, mentre lo spread di Italia e Spagna è ai massimi e i mercati finanziari sono reduci da una serie infinita di sedute con segno negativo, il nostro uomo a Francoforte ci fa avere questo messaggio:

“Domani Draghi, a Londra, dirà che la Bce è pronta a tutto per salvare l’euro. Tutti penseranno che sia l’inizio di un quantitative easing in stile Fed, ma è solo un bluff.”

Indice FTSE Mib – mese di luglio 2012

Come sfrutteremo questa soffiata al meglio?

Ora cambiamo scenario.

Siamo dei piccoli risparmiatori e venerdì 25 luglio ascoltiamo le parole di Draghi al telegiornale. Nel frattempo la borsa è salita di più del 5% e sembra che finalmente possa tornare l’ottimismo sui mercati. Gli esperti sono moderatamente ottimisti e il rally che si è innescato nei giorni seguenti alle parole del Presidente della BCE sembra avere finalmente basi solide. Forse è venuta l’ora di tornare a investire in borsa?

Indice FTSE Mib – mese di luglio 2012

Ovviamente questa ricostruzione è puramente frutto della mia fantasia: nessun operatore di borsa ha conosciuto in anticipo il discorso a Londra di Mario Draghi (a pensar male si fa peccato però spesso ci si azzecca), né ha avuto indicazioni sul fatto che si trattasse, o meno, di un bluff.

Però i movimenti delle borse europee dal 25 luglio in avanti non sono frutto del caso o di un cambio di sentiment degli operatori: sono il diretto risultato delle parole di Mario Draghi.

Quindi, chi è che manipolerebbe i mercati?

Bastiat Contrario

Tagliare la spesa pubblica è recessivo nel breve periodo? Chi se ne frega

Tagliare la spesa pubblica in termini assoluti nel breve periodo è recessivo, lo sanno tutti. Lo avete studiato a scuola, nei corsi di macroeconomia, lo sentite ripetere tutti i santi giorni dalle pagine dei giornali, agli editoriali degli economisti più in voga sino ai post dei blogger che aspirano al ruolo di guru dell’economia.

È un fatto incontestabile e nessun economista “sano di mente” si sognerebbe mai di negarlo. Ripetiamolo tutti insieme come un mantra: “tagliare la spesa pubblica, qualsiasi spesa pubblica, nel breve periodo è recessivo”.

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Che cosa significa Austerità in Europa

Scriveva Platone che la bellezza è negli occhi di chi guarda. Probabilmente, se fosse vissuto ai nostri giorni, il filosofo greco avrebbe potuto affermare la stessa cosa anche per quanto riguarda le politiche di austerità.

Dopotutto, quando un Nobel per l’economia è in grado di sostenere che gli Stati Uniti, negli scorsi due anni (deficit annuo sopra l’8% del PIL e spesa pubblica in crescita), abbiano implementato proprio quelle misure, allora non vi è più alcun limite al relativismo delle opinioni. Può essere utile, quindi, cercare di capire in quali accezioni sia utilizzato dai commentatori il termine austerity e poi verificare se effettivamente, in Europa, i problemi di crescita economica siano determinati dal perseguimento di quelle politiche. Del primo compito si occupa l’articolo di Riccardo De Caria, del secondo parleremo invece qui.

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Come creare un blog che parla di economia e ottenere un sacco di visite?

È tutta questione di marketing

Anche per i blog il marketing è molto importante, sapersi vendere bene e attirare quella fascia di “consumatori” a cui si mira è un compito tutt’altro che facile. Ma seguendo alcune semplici regole non è un’impresa poi così impossibile. Basta scegliere il giusto “segmento di mercato” e sapere quali tasti premere.

Ad esempio, specialmente in Italia, vi è un vasto pubblico di internauti che nutre un profondo odio per la cosiddetta economia di mercato, che ritengono lo stato essere il mezzo supremo per “correggere” gli errori di una società che non premia (quelli che loro considerano) i meritevoli e che usa la rete per formarsi opinioni ma soprattutto per cercare conferme alle idee che già ha. Come fare per conquistare “il click” di questo vasto pubblico e far diventare il proprio blog popolare su Facebook e Twitter? È molto semplice.

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Finanza creativa e derivati: il Comune di Milano

Si dice che italiani e greci siano “una faccia, una razza.” Sicuramente i politici di entrambe le Nazioni hanno un modo molto simile di affrontare i problemi, ovvero cercare di nasconderli e rimandarli il più possibile. Entrambi i Paesi hanno poi un amore sconfinato per la finanza creativa.

Se la Grecia ha cercato di nascondere una parte del proprio debito pubblico affidandosi a un currency swap, i comuni italiani si sono orientati invece verso altri contratti derivati: gli interest rate swap (IRC). Un caso emblematico è quello del Comune di Milano.

Nel 2005 l’Amministrazione Albertini riesce a ristrutturare il suo debito (al 70% a tasso variabile) emettendo un’obbligazione trentennale di tipo bullet (ovvero da rimborsare interamente a scadenza) al tasso fisso del 4,019% annuo. Si tratta di una buona operazione per le finanze del Comune meneghino: la lunga durata accompagnata da un tasso d’interesse non soggetto alle oscillazioni del mercato, consente all’amministrazione comunale di spalmare il rimborso del prestito su tre decadi e programmarne tranquillamente la restituzione. Quando si emettono obbligazioni di tipo bullet, infatti, è obbligatorio aprire contestualmente un piano di ammortamento in modo da accantonare, anno per anno, la somma da rimborsare a scadenza.

La storia potrebbe tranquillamente finire qui. Invece ci ritroviamo, a sette anni di distanza, con un consorzio di banche alla sbarra e una causa per truffa ai danni del Comune di Milano. Ciò che è successo in mezzo è qualcosa ai confini della realtà e, a prima vista, totalmente incomprensibile.

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Compra Bene

Un vecchio adagio dice che quando si tocca al fondo, bisogna iniziare a scavare; secondo i keynesiani è anche un buon modo per uscire da una depressione economica.

Lo giuro, ci ho provato. Quando mi han segnalato ed ho letto questo articolo de Linkiesta (o meglio di un fantomatico Keynes blog su Linkiesta) intitolato “perché la spending review è sbagliata,” per circa 30 secondi ho pensato di smontare le loro “affermazioni.”

Poi ho cambiato idea e  ho deciso di prenderli in giro. Dopotutto il discorso serio l’ho già fatto, a grandi linee, qui.

Spending review, revisione della spesa. E’ questo il mantra degli ultimi giorni, con la nomina della commissione formata dai tecnici Bondi, Amato e Giavazzi. Sull’argomento le battute sono sin troppo facili: un governo di tecnici che nomina altri tecnici (di cui però uno è in realtà anche un politico). Al di là di ciò, la spending review significa una cosa semplice: tagli alla spesa. Attenzione: l’obiettivo del governo non è la riqualificazione della spesa stessa, attraverso l’eliminazione delle spese meno produttive e l’utilizzo delle somme così risparmiate per investimenti e spese più utili. L’obiettivo dichiarato è diminuire la spesa pubblica.

Vade retro Saragat! Ridurre la spesa pubblica! Giammai! Spesa pubblica bene comune! Ah no scusate, mi confondevo…

Cosa c’è di male in questo? Molto. La spesa di qualcuno è sempre il reddito di qualcun altro.

Nel caso in questione la spesa pubblica era il reddito di qualcun altro: il contribuente.

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Tasso al massimo

È oramai abbastanza chiaro per tutti che da questo governo, come da tutti quelli che l’hanno preceduto, non è lecito attendersi significativi tagli alla spesa pubblica  ma, se vi sarà un pareggio di bilancio, questo verrà raggiunto agendo solo dal lato delle entrate.  Da queste premesse si è scatenata una vera e propria campagna mediatica contro la figura dell’evasore fiscale, essere mitologico capace di mettere in ginocchio l’economia,” far suicidare” i suoi concorrenti onesti e costringere i governi ad aumentare ulteriormente l’imposizione fiscale.

Ultimamente, basta ascoltare un’intervista di Bruno Tinti in tv o oppure guardare Report per rabbrividire. Se ci pensiamo bene, però, il comportamento di Tinti o della Gabanelli sarà pure agghiacciante ma è perfettamente razionale, dopotutto queste persone di tasse ci vivono.

Ciò che invece mi colpisce come quantomeno curioso accade altrove. Da qualche anno in Italia è sorto un movimento anti-tasse, il Tea Party Italia, che trae ispirazione dal suo omonimo americano e propone un messaggio abbastanza chiaro e condivisibile: meno tasse, più libertà.

Non sono gli unici. Il regime di oppressione fiscale che ha completamente avvolto il nostro paese ha fatto sì che siano oramai in tanti a protestare contro un fisco iniquo e predone. Ed è proprio in queste proteste che ho trovato qualcosa di paradossale e sorprendente.

Molti degli appelli a ridurre il carico fiscale si richiamano infatti alla cosiddetta “curva di Laffer”.

Quella che Stiglitz definì una “teoria scarabocchiata su un foglio di carta,” in realtà enuncia una semplice ovvietà (evidentemente troppo difficile da capire per un Premio Nobel): se  uno Stato aumenta le tasse oltre un certo limite, le imprese chiudono, si trasferiscono altrove oppure scompaiono dal radar fiscale. La conseguenza è che le entrate fiscali diminuiscono.

In certi casi, quindi, tagliare le aliquote fiscali porta a un incremento delle entrate. In Italia, probabilmente, avverrebbe proprio questo.

Perché dicevo allora che è paradossale utilizzare la curva di Laffer come ragione per chiedere una diminuzione delle imposte? La risposta sta nello slogan “meno tasse, più libertà”.

La teoria infatti, non ci esorta ad abbassare le tasse, ridurre il peso dello Stato e quindi aumentare la libertà individuale dei singoli cittadini. Tutt’altro! La curva, al contrario, suggerisce la diminuzione delle aliquote come strategia per massimizzare le entrate fiscali e quindi permettere allo Stato di mantenere, se non addirittura aumentare, la sua dimensione nell’economia.

In conclusione, chiedere meno tasse va benissimo, ma lasciamo stare Laffer e facciamolo per le giuste ragioni!

 

Bastiat Contrario