Quote rosa: il genere a scapito del merito

Sono molte le donne che, vedendo una carenza di colleghe nei loro ambiti – soprattutto ai vertici – sono favorevoli all’introduzione delle quote rosa: meglio, addirittura, sorelle e fidanzate, che la totale mancanza, in particolare nei Cda. Tuttavia, come più volte sostenuto da Serena Sileoni, in nome di battaglie sul genere si rischia di offuscare il merito. Eppure esistono alternative meno invasive che consentono di mettere uomini e donne in condizioni di parità.Lo scetticismo sull’efficacia delle quote rosa deriva dalle possibili conseguenze dell’imporre alle aziende un simile obbligo che, tuttavia, non assicura la presenza di un maggior numero di donne in posizioni apicali, né premia il merito. Giustifica però un’intromissione sempre più forte dello Stato nella sfera privata.

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I like ‘em big, I like ‘em chunky, I like ‘em big, I like ‘em plumpy

Il governo è sempre più deciso a imporre la tassa sulle bibite, sebbene sia uno strumento inutile sia a incentivare comportamenti virtuosi che a fare cassa.

Questo per due ragioni principali: la prima di carattere pratico, la seconda teorica.

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Angeli e fondi

L’elevato ammontare del debito pubblico richiede un’urgente politica di privatizzazioni per ridurlo e ritrovare la fiducia dei mercati. Nonostante ciò, si continua a procrastinare e cercare metodi alternativi che allontanano l’obiettivo di risanamento delle finanze statali e dello sviluppo del Paese.

L’ultimo è quello proposto da Alfano, che vorrebbe creare un fondo dove far confluire i beni pubblici (tra cui caserme, case popolari, municipalizzate ecc.) da valorizzare per evitarne la svendita. Secondo Alfano il patrimonio conferibile al fondo potrebbe essere attorno a 400 miliardi di euro, pari a 20-25 punti di Pil. Il fondo si finanzierebbe attraverso l’emissione di obbligazioni per circa 20 miliardi di euro all’anno. Nel fondo non dovrebbero confluire le partecipazioni “strategiche” in società quali Enel, Eni e Finmeccanica.

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— Lucia Quaglino
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Ferrovie piemontesi: non chiamatela concorrenza

Nuovi movimenti sul settore ferroviario in Piemonte. Sebbene con intenti liberalizzatori, nei fatti solo con vesti liberalizzatorie: in altre parole, si dichiara concorrenza là dove invece viene ostacolata.
In principio fu Arenaways, a cui però fu di fatto impedito di competere ad armi pari con il monopolista incumbent. Ora la Regione Piemonte ci riprova dichiarando di voler liberalizzare dei segmenti di mercato. L’assessore ai Trasporti Barbara Bonino spiega: «Ci apriamo al mercato senza negare il ruolo di Trenitalia e senza smettere di lavorare per il miglioramento dei servizi da catalogo. Ma avremo anche operatori ferroviari nuovi che entreranno nel sistema Tpl ferro grazie alla loro flessibilità e capacità progettuali».

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— Lucia Quaglino 
twitter.com/luciaquaglino

Io continuo a comprare, tu continui a pagare

Per ridurre la spesa sanitaria, oltre alla proposta di nuovi ticket di cui si è parlato ieri, il Ministro della Salute Balduzzi ha pensato di anticipare all’anno corrente quanto previsto per il 2013 nella manovra di luglio dello scorso anno (l’art. 17, comma 1, lettera b, della manovra di luglio 2011, legge 111/2011): si intende prelevare quasi un miliardo di euro dalle aziende farmaceutiche, per ripianare gli sforamenti del tetto della spesa ospedaliera oggi a carico delle Regioni. Entro meno di venti giorni (data prevista, 30 giugno) è atteso un regolamento su proposta del ministero della Salute di concerto con quello dell’Economia e delle Finanze che definisca le procedure per porre a carico delle aziende farmaceutiche il 35% di sforamento della spesa ospedaliera.

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— Lucia Quaglino 
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I ticket sanitari in controluce

La proposta di risparmiare cinque miliardi di euro nella sanità fra il 2012 e il 2014 attraverso l’introduzione di nuovi ticket (anche sui ricoveri ospedalieri) modulati sul reddito ha immediatamente suscitato scalpore e, prevedibilmente, è stata prontamente seguita dalla smentita del Ministro della Salute Balduzzi.

Per raggiungere l’obiettivo sono previste due ipotesi: o una franchigia sulle spese sanitarie in base al reddito tra il 7 e il 9 per mille, oppure l’introduzione di sei scaglioni di reddito (6.000, 12.000, 18.000, 30.000, 40.000 e oltre 40.000 euro), con ticket modulati, per cui solo la prima risulterebbe esente da ticket. Nel secondo caso, dai 12 mila euro in su si pagherebbero 1 o 2 euro sui farmaci, da 10 a 180 euro sui ricoveri in day hospital e da 10 a 200 euro per i ricoveri ordinari.

Era davvero così necessaria una ritrattazione immediata? Per rispondere a questa domanda, si considerino alcuni dati relativi alla spesa sanitaria evidenziati nel Rapporto 2012 “Il Sistema Sanitario in controluce‘” della Fondazione Farmafactoring.

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— Lucia Quaglino 
twitter.com/luciaquaglino

Aranciate sempre più aspre e amare

L’ultima proposta legislativa è una norma tanto aspra quanto indigesta che mira a regolamentare, innalzandola dal 12% al 20%, la quantità di arance nell’aranciata. Ovviamente vale anche per il contenuto degli altri succhi di frutta. Idem per i limiti alla quantità di zuccheri aggiunti. Questa proposta, per salvaguardare la qualità del prodotto e la salute del consumatore. Nei fatti, soprattutto per sostenere la produzione di frutta dato che, oltre il 12%, ogni altro punto percentuale aggiuntivo di succo richiede l’utilizzo di 25 milioni di arance in più che, complessivamente, corrispondono a circa 560 ettari di agrumento. Sostegno alla produzione italiana, quindi, senza pensare però alle ricadute in caso di annate sfavorevoli, o di un calo dei prezzi delle importazioni che avrebbe consentito un risparmio per i produttori (che tende a riflettersi in un calo dei prezzi).

Da qui in poi dovremo aspettarci che regolamenteranno anche la quantità di pomodoro nella passata e di cereali nei minestroni. Di conseguenza, di lì a breve ricontrolleranno anche tutti i libri di ricette della nonna per verificare che il contenuto degli ingredienti sia congruo al sostegno della produzione italiana e al contenuto di zuccheri e grassi che si aspettavano?

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— Lucia Quaglino 
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Che spazzatura la tassa sul junk food

Prima il Ministero della salute cerca un accordo con una dozzina di associazioni imprenditoriali per ridurre il contenuto di zuccheri, sodio e grassi idrogenati nei cibi e adottare l’etichettatura nutrizionale obbligatoria entro il 2016, poi fa saltare il banco e tira di nuovo fuori l’idea di una tassa sul junk food.

Duplici gli obiettivi dichiarati: riduzione dell’obesità e incremento delle entrate dello Stato.

Relativamente alla prima, i dubbi nascono dal fatto che anche tassando i cibi “spazzatura” si possono comunque mangiare torte fatte in casa, abbondanti porzioni di lasagne e panini di salame e formaggio. Detto in altre parole, i cibi che fanno ingrassare non mancano e, anche per quelli più sani, la quantità ha un peso anche calorico (è difficile restare magri se si mangiano 2 etti di pasta al giorno). Quindi, o si tassano anche olio e burro, andando così a colpire i fondamentali della cucina italiana (e, quindi, meno produzione e occupazione nel settore alimentare), o la lotta alla ciccia è persa in partenza, perché solo i prodotti “industriali” possono, nella pratica, essere colpiti.

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— Lucia Quaglino 
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Crescilombardia: privatizzare per cacciare la politica dalla sanità

Lo scorso 4 aprile il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato il progetto di legge “Misure per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione”, detto “Crescilombardia”. Uno dei punti prevede la possibilità di vendere, dismettere, valorizzare, riqualificare o gestire il patrimonio pubblico con società o fondi immobiliari appositamente costituiti e promossi dalla Giunta regionale.

A tal proposito, si legge nel capitolo sullo sviluppo del territorio e valorizzazione del patrimonio pubblico:

 La valorizzazione del patrimonio pubblico è un punto centrale della nuova legge, con l’obiettivo di rendere più efficiente la gestione degli immobili pubblici e di permettere il reperimento delle risorse per nuovi investimenti. Tutto ciò passa attraverso una semplificazione delle procedure, salvaguardando il ruolo degli enti locali. Si potrà pertanto dar vita a programmi di valorizzazione del patrimonio pubblico anche attraverso l’utilizzo o la costituzione di società o fondi immobiliari, sempre d’intesa con il territorio e i vari soggetti interessati

Potrà quindi essere venduto il patrimonio immobiliare dei soggetti pubblici, tra cui anche quello di Asl e ospedali. Una buona notizia, dunque, sul fronte sanitario: sarà infatti possibile recuperare risorse da investire per potenziare e migliorare le strutture sanitarie senza attingere dalle tasche dei già salassati contribuenti. Per ora, pare che la Regione voglia cedere 5 ospedali, ossia quelli di Vimercate, Legnano, Como, Bergamo e Monza, ormai in disuso: questo particolare progetto prevede una partnership pubblico-privato, dove il secondo contribuirà con quote di circa 400-500 milioni per rendere vendibili le strutture.

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