Sulla manifestazione di domani (14 novembre) contro l’austerità

Domani gran parte dei miei colleghi e dei miei studenti scenderà in piazza, insieme ai loro colleghi europei, per manifestare “contro l’austerità” e per chiedere interventi che, a sentire chi ha organizzato la manifestazione, devono servire per aiutare i giovani a trovare lavoro.
La realtà, purtroppo, è che dietro agli slogan del sindacato, si nascondono fallacie economiche e volontà protezionistiche che rendono il programma della Cgil una via sicura per impedire ai giovani di trovare lavoro.
Si è chiesto, insomma, ai giovani di manifestare per un programma che va totalmente contro i loro interessi, nascondendo il tutto dietro a una ricca dose di populismo e di proposte contraddittorie.
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Siamo del governo e siamo qui per aiutarla

I recenti dati sulla disoccupazione giovanile in Italia hanno spinto le parti sociali a chiedere al governo un piano per ridurre questa piaga che colpirebbe un giovane su tre. Le recenti polemiche sulla “monotonia del posto fisso” hanno però evidenziato che chi chiede l’intervento del governo non abbia come finalità l’abbattimento di quella dualità contrattuale che oggi divide il mondo del lavoro tra chi è tutelato e chi no, ma piuttosto una estensione delle tutele a tutti.

E allora voglio raccontarvi questa storia, vera anche se forse un po’ romanzata, su come a volte il voler tutelare troppo significhi in realtà impedire ai giovani di lavorare, fare esperienza, migliorare la loro condizione.

Questa è la storia di Renzo, laureato in architettura da oltre un anno, che da molti mesi sta cercando invano di trovare lavoro. Ha mandato il suo curriculum a diversi studi di architetti, ha risposto ad innumerevoli richieste di lavoro – si è insomma dato un gran da fare – ma per ora nulla, cercano ragazzini neo-laureati oppure gente con esperienza. Lui è fuori dal target.

Ma Renzo è una persona tenace e quindi ha deciso di provare a crearla, questa esperienza. Ha perciò contattato un grosso negozio di arredamenti vicino a casa sua ed ha chiesto di poter lavorare per loro, anche gratuitamente, in modo da accumulare quella benedetta esperienza e magari ampliare le sue conoscenze nel settore. Poi magari da cosa nasce cosa, chissà.

I proprietari, che sono amici di famiglia, hanno cercato di venirgli incontro. “C’è crisi ed abbiamo il fatturato in calo, per cui non abbiamo proprio necessità di ampliare l’organico, però, se vuoi proprio venire, magari riusciamo a farti fare qualcosa e darti un rimborso spese”.

Renzo è d’accordo – si è persino offerto gratis – forse questa è la volta buona. Dopotutto l’alternativa è rimanere a casa senza nulla da fare e creare un vuoto sul curriculum da dover poi in qualche modo giustificare ai futuri colloqui.

Tutto è ben quel che finisce bene, dunque? No, affatto. Siamo solo all’inizio.

Il negozio chiama Renzo e gli dice che ci sono problemi. Loro infatti intendevano fare “tutto in regola” ma, oggi come oggi, le uniche modalità di contratto che possono fare non vanno bene. È passato troppo tempo per un contratto di stage o apprendistato, aprire una “falsa” partita IVA non ha senso ed è molto costoso ed un contratto da lavoro dipendente proprio non se lo possono permettere.

Non si perde d’animo, però, Renzo e decide di andare al Centro per l’Impiego della sua città: forse spiegando la situazione, una soluzione si trova.

Un barlume di speranza: forse un modo c’è. Intanto lui deve reiscriversi nelle liste del Centro e fissare una sorta di colloquio introduttivo – la prima data utile è dopo più di un mese – e poi sarà il Centro stesso a valutare se questo “matrimonio” s’ha da fare, oppure no.

“Ma come?” chiede Renzo. “Io sono d’accordo, l’azienda è d’accordo e vi potete mettere in mezzo voi a dire di no?”

“Eh ma il rimborso spese è basso,” risponde l’impiegata statale. “Non possono darle qualcosina in più?”

“Mi fanno un favore a prendermi e darmi quei soldi, io mi ero offerto gratis!”

“In questo caso allora credo proprio che rifiuteremo, è per il suo bene

Renzo non ne può più, mentalmente manda tutti al diavolo e se ne va.

È giunto quasi alla porta quando un altro impiegato lo chiama e gli dice: ma perchè non prova nella scuola? Ci son tanti architetti come lei che trovano lavoro come insegnante, quest’anno ci saranno pure i Tfa per prendere l’abilitazione…”

La risposta di Renzo è meglio non riportarla ma se i giovani in Italia faticano a trovare lavoro i motivi sono tanti e questa storia spero ve ne abbia mostrato qualcuno.

Badate bene, il governo non è la soluzione, il governo è il problema.

Bastiat Contrario

– Marco Bollettino

Ashoka’s corner – Due pesi e due misure

«I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita, del resto, diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita. È più bello cambiare, avere delle sfide, purché siano in condizioni accettabili e questo vuol dire che bisogna tutelare un po’ meno chi oggi è iper-tutelato e tutelare un po’ di più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce a entrarci»

Così parlò Monti a Matrix e non posso che condividere le considerazioni di Alberto Bisin su Noisefromamerika: estendere la protezione a tutti significa ridurre ulteriormente il numero degli occupati, specialmente giovani e donne.

Lasciamo stare le urla indignate di chi ha trasformato quel discorso che ho riportato nella sua interezza, nello slogan “Il posto fisso è monotono” (che vuol dire ben altra cosa!), lasciano il tempo che trovano.

Vorrei piuttosto concentrarmi su ciò che l’economista keynesiano Gustavo Piga propone come soluzione per risolvere il problema:

«Benissimo. Rovescerei il messaggio: che monotonia stare a casa disoccupati. I giovani si abituino a cambiare. 2 milioni circa di giovani disoccupati. Uno spreco incredibile per il nostro Paese. Immaginiamo di metterli tutti al lavoro. Fine della monotonia. Contratto a 3 anni, 1000 euro al mese, non rinnovabile, non tassati. In totale, 12.000 euro l’anno, 25 miliardi di euro, poco più di 1% di PIL»

L’idea è quella di mettere per tre anni al lavoro questi disoccupati, ad un salario di 1000 euro al mese, che, badate bene, qui è uguale al costo del lavoro, «nei Ministeri, presso i Musei, nelle università, nei cantieri, nel supporto agli anziani». Chissà quante cose imparerebbero, suggerisce il docente, quanti incontri utili, come aiuterebbero la ricostruzione del paese!