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Cose (E)inaudite – Astenersi perditempo

Oggi è il giorno dell’ennesimo sciopero del pubblico impiego, convocato da Cgil e Uil. Intanto, qui c’è del materiale succulento per esperti di statistica, o forse di fenomeni paranormali: una persona comune non è in grado di dare una spiegazione razionale dell’incredibile coincidenza astrale che, per puro caso, fa cadere gli scioperi sempre di venerdì o al massimo di lunedì.

 

Ma andiamo alla sostanza. I sindacati scendono in piazza contro la spending review, e contestano in primo luogo il fatto che essa consti di tagli lineari, i quali non distinguono tra amministrazioni virtuose e sprecone; su questo, hanno ragione da vendere. A parte questo, è un insieme di rivendicazioni fuori dal tempo: no alla riduzione degli organici; sì anzi alla stabilizzazione in massa dei precari; nuovo contratto collettivo nazionale con miglioramento delle condizioni; no al blocco del turnover che fa aumentare l’età media degli organici.

 

La Federazione del Lavoratori della Conoscenza della CGIL, che gentilmente ci omaggia della sua newsletter anche se non ricordiamo di averla mai richiesta, rincara la dose per quel che riguarda l’università, con il suo immancabile corredo di supercazzole: «La spending review assesta un duro colpo al sistema di protezione sociale e ai diritti di cittadinanza … Nei settori della conoscenza non s’intravede alcuna discontinuità rispetto alle politiche di privatizzazione dei saperi … Per uscire dalla crisi occorre un cambio di cambio (sic) di visione che parta dal riconoscimento del lavoro, del welfare, del sapere, dell’ambiente e della giustizia sociale».

 

Ora, da precario dell’università avrei tutto l’interesse personale ad un aumento senza criterio delle risorse a disposizione di questo comparto e ad assunzioni di massa come auspicano gli scioperanti. Tuttavia, rimango convinto che la strada da loro indicata sia sbagliata: perché è esattamente la strada che abbiamo seguito fino ad oggi, e i risultati sono lo spread alle stelle e la recessione.
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Torino, Provincia di Bananas

Il declino italiano ha molte facce. Una di queste sono i piccoli soprusi quotidiani che, troppo spesso impunemente, ci infligge l’autorità, come quello che vi racconto oggi, dopo avervi assistito di persona.

Alcune sere fa, Rachele mi chiama scossa perché non trova più l’auto dove l’aveva lasciata, sulle strisce blu in via Montebello, dietro la Rai. Ha chiamato il numero verde della polizia municipale, ma «nei nostri registri non c’è. Se un’auto viene rimossa e portata in depositeria, noi ne abbiamo per forza conoscenza. Se non risulta a noi, vuol dire che è stata rubata. Al massimo, provi a chiamare i Carabinieri, magari c’è stato qualche evento in quella zona e hanno operato direttamente loro. Potrebbe anche essere successo che i vigili l’hanno portata via ma la persona che inserisce le vetture nel registro non ce l’ha comunicato, ma è un’ipotesi remota. Per scrupolo le lascio il numero».

Purtroppo anche dai Carabinieri niente …

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Cose (E)inaudite – Ciò che non siamo

Nelle settimane prima della pausa estiva, abbiamo fatto alcuni esempi di che cos’è il libero mercato: è spirito di collaborazione e vicinanza tra datore di lavoro e dipendenti, è trovare soluzioni per offrire cure mediche di qualità a basso costo, è mettersi d’accordo civilmente tra gestore di un locale notturno e abitanti dello stesso palazzo per evitare notti insonni e ritorsioni.

È però altrettanto importante mettere bene in luce anche che cosa il libero mercato non è. La cronaca di questi giorni e settimane ce ne fornisce purtroppo molti spunti. Prendiamo il caso delle miniere del Sulcis: ciò che abbiamo sotto gli occhi è la comprensibilissima preoccupazione che hanno tante persone di perdere il lavoro; ma ciò che tendiamo a dimenticare è la quantità impressionante di soldi pubblici inghiottiti nel fondo di quelle miniere.

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Cose (E)inaudite – Compagni che azzeccano

Mentre la politica s’incarta e fallisce, l’intraprendenza delle persone e l’ordine spontaneo trovano quasi sempre il modo di fare molto meglio. Gli scorsi venerdì, abbiamo visto due esempi: i rapporti di lavoro e le cure odontoiatriche. Ma nuove conferme si presentano di continuo. E il bello è che le portano anche e prima di tutto persone e aziende che in astratto a tutto pensano fuorché a identificarsi come paladini del libero mercato. Peccato che le loro stesse azioni, lungi dall’essere una negazione del mercato, siano invece la prima conferma della sua bontà.

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Cose (e)inaudite – Sorridiamo al mercato

Tra i tanti falsi luoghi comuni(sti) cui facevamo riferimento la scorsa settimana, vi è quello per cui determinati beni e servizi non potrebbero essere lasciati al mercato: vuoi in virtù di loro particolari caratteri (in particolare, la loro non rivalità e non escludibilità, che hanno portato la teoria economica classica a definirli beni pubblici); vuoi perché sono troppo importanti e dei privati cattivi non ci si può fidare, anche perché un giorno potrebbero sospendere l’erogazione e ricattarci; vuoi perché si è convinti che costerebbero troppo e molti non se li potrebbero permettere, per cui deve intervenire lo Stato a fornirli, preferibilmente in regime monopolistico.

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Cose (E)inaudite – Nemici mai

Lo spettro del comunismo di giri per l’Europa se ne è fatti parecchi, e oltre ad averla portata al collasso economico, ha lasciato dietro di sé una scia di idee malsane: i cosiddetti beni pubblici non possono essere prodotti dal mercato, il valore di un bene dipende da quante ore di lavoro sono state impiegate per produrlo, il lavoro è un diritto, le tasse sono bellissime, il libero mercato conduce allo sfruttamento dei lavoratori.

Ciascuna di queste affermazioni è stata ampiamente confutata, anche se bisognerebbe avere la pazienza di leggere qualcosa di diverso dai polpettoni ideologici propinatici dal sistema di istruzione pubblico. Per fortuna, ci dà una grossa mano internet (che peraltro, contrariamente alla vulgata, di recente fatta propria anche in un orrendo discorso di Obama, non fu affatto inventato dallo Stato): sulla rete fioriscono infatti moltissime iniziative educative – per ora soprattutto in inglese, come ad esempio Learn Liberty – che provano a raccontare una storia diversa da quella a cui ci hanno abituato.

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Cose (E)inaudite – Il welfare de noantri

Le scritte sui muri sono una pratica odiosa perché aggrediscono la proprietà altrui, ma talvolta colgono nel segno: è il caso di quel graffito che recita “immigrati, per favore, non lasciateci soli con gli italiani”.

Quella scritta cattura quella che a noi appare una grande verità: gli immigrati – volendoli per un attimo intendere come categoria – sono spesso una manna dal cielo, sia perché, come spiegò tempo fa Luca Ricolfi, danno prova di una “fame” e di una voglia di fare che tanti di noi italiani abbiamo un po’ dimenticato, sia perché, venendo a lavorare e a pagare le tasse più alte del mondo nel nostro Paese, contribuiscono a pagare le pensioni ai “nostri” anziani, tenendo in piedi ancora per un po’ quello schema di Ponzi che è il sistema pensionistico pubblico.

Certamente, oltre a contribuire al welfare state tricolore, gli immigrati sono anche dei notevoli beneficiari dei nostri servizi “gratuiti”, dalla sanità all’istruzione agli svariati altri servizi che ci elargisce col suo grande cuore lo Stato. Servizi che in realtà, come i lettori di questa rubrica ben sanno, ovviamente gratuiti non lo sono per niente, venendo finanziati a suon di tasse dai contribuenti.

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Cose (E)inaudite – Drogati di stato

Oscar Giannino lo va ripetendo con un neologismo che vale più di mille parole: lo Stato è tassicodipendente, cioè in perenne astinenza da tasse, ed è ora di disintossicarlo. Ma c’è anche un altro aspetto da considerare, ancor più pericoloso: a forza di dipendere da norme di favore e benefici vari elargiti dalla generosa manina statale, anche noi rischiamo a nostra volta di diventare dipendenti dallo Stato e dalle sue elargizioni, disabituandoci all’intraprendenza e allo spirito di sacrificio, perché tanto a procuraci la bistecca ci pensa la benevolenza del governo di turno.

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Cose (E)inaudite – C’era una volta Alessandria

C’era una volta il glorioso Comune di Alessandria, che come tanti altri Comuni, Province, Regioni e come lo Stato nazionale, credeva che i soldi crescessero sugli alberi. Pensava di potersi indebitaresenza limiti, e che tutto sarebbe sempre andato per il meglio, nel migliore dei mondi possibili: aveva funzionato per un bel po’, perché non doveva funzionare per sempre?

Eppure, “la favola bella che ieri t’illuse”, o Alessandria, era appunto una favola. Qualcuno se ne era accorto da tempo, e andava mettendo in guardia sul fatto che – con questo andazzo – non si poteva andare avanti a lungo. L’inguaribile ottimista di turno, però, ci prendeva per delle cassandre, e continuava imperterrito a teorizzare e praticare il suo spendi e spandi. Per la verità, parecchi continuano ancora, ma come dice il filosofo, “non c’è peggior sordo di chi è sordo veramente”!

Ora, comunque, con la certificazione da parte della Corte dei Conti che il Comune di Alessandria è in dissesto, e con tanti altri Comuni, a cominciare da Fassingrado, ad appena un passo prima del baratro (come puntualmente documentato dallo Spiffero), arriva la nostra amara vendetta. Amara perché certo non gioiamo a vedere tante persone in difficoltà, con lo stipendio e il posto di lavoro in pericolo, e con i crediti che non vengono onorati da un’amministrazione sull’orlo del fallimento. Tuttavia, prima o poi non poteva non arrivare la resa dei conti (“resa” nel senso che si son proprio “arresi”).

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