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“High wages”: Jane Carter, un omaggio alla self made woman

di Lucia Quaglino su Chicago-blog.it

High Wages” di Dorothy Whipple è un coinvolgente e piacevole romanzo che racconta l’evoluzione di una ragazza virtuosa ma umile che diventa un’imprenditrice di successo e, attraverso l’affermazione di sé stessa, riuscirà a fare del bene anche agli altri.

La protagonista, Jane Carter, è un’orfana del Lancashire, con tanto di matrigna non troppo buona, che deve combattere quotidianamente contro i soprusi di un antagonista approfittatore, in questo caso, il suo datore di lavoro, Mr. Chadwick. A differenza delle favole, però, Jane non è una principessa che ha bisogno del principe per essere salvata, ma una ragazza comune che si salva da sola raggiungendo la piena realizzazione di sé grazie solo alle proprie capacità e al proprio spirito imprenditoriale.

E’ il 1910 e, rimasta con pochi risparmi, l’adolescente Jane Carter trova lavoro nel negozio di un commerciante di tessuti: se inizialmente questa sembra essere la sua massima ambizione e realizzazione, man mano che cresce e acquisisce esperienza, si rende conto di valere molto e di poter diventare sempre più indipendente, di non aver bisogno di qualcuno che si occupi di lei, o che le dia lavoro e cibo. Dieci anni dopo, la ragazza riuscirà ad aprire, con successo, il suo negozio.

Tenacia e capacità di trasformare le avversità in vantaggi contraddistinguono il suo carattere: nonostante tutti i problemi, continua ad amare il suo lavoro, a dimostrare il proprio valore, consapevole che le sue capacità e le sue idee sono ormai indispensabili per il negozio. Seppur giovane, possiede tutte le caratteristiche e doti di una vera e propria imprenditrice kirzneriana: la ragazza è una “scopritrice” a tutti gli effetti, capace di cogliere opportunità dove gli altri non ne vedono, di evolvere in base al modificarsi dei gusti e delle esigenze dei consumatori e del mercato, ha una vera e propria visione imprenditoriale e senso degli affari: quando la sua cliente e amica Mrs. Briggs, ponendo la sua fiducia in lei, proporrà di prestarle il denaro per aprire il suo negozio, Jane sa già esattamente tutto ciò di cui ha bisogno per riuscire nel business. Quando scopre che il suo datore di lavoro la deruba, lei non soffre soltanto per il furto del denaro o per la perdita di fiducia nei confronti del capo, ma perché così facendo lui disincentiva la condivisione delle idee che potrebbero migliorare gli affari. Quando una delle clienti più importanti, nonché membro dell’alta società, la signora Greenwood, insiste affinchè Jane sia licenziata a causa di un equivoco, minacciando di non essere più sua acquirente, la ragazza convince il capo a tenerla dimostrando che con il suo lavoro gli consente di guadagnare più di quanto potrebbe fare la signora Greenwood con i suoi acquisti.

Nel corso della storia Jane si trasforma in donna coraggiosa e consapevole di sé grazie a un continuo processo di apprendimento: tanto Mr. Chadwick è stato imbroglione e tirchio, tanto lei quando arriverà a ricoprire il suo medesimo ruolo sarà in grado di fare del bene anche agli altri, non sfrutterà i suoi dipendenti e riuscirà addirittura a ricambiare l’aiuto dei Briggs, che inizialmente le prestano il capitale per la sua attività, ma poi cadono in miseria. L’imprenditore cattivo che pensa al suo profitto è quello che non ha capacità né visione manageriale, ed è lo stesso che la sminuisce e cercherà di ostacolarla (rimarcando la sua giovane età, la sua mancanza di esperienza e facendole false promesse), riversando su di lei le sue frustrazioni, incapace di ottenere da sé stesso ciò che vuole e, per questo, invidioso. Jane è e resta indipendente e fedele a sé stessa, ai propri principi e valori, sicura di sé, incurante delle convenzioni dell’epoca che vogliono le donne sposate e mantenute dai mariti. Arriverà così a realizzare le sue ambizioni non raggiungendo solo un profitto economico, ma anche e soprattutto personale, sottolineando le ripercussioni e le conseguenze morali del business: Jane è infatti felice che il denaro che possiede possa aiutare gli amici che erano stati tanto generosi con lei.

Il profitto è dunque la remunerazione della “scoperta imprenditoriale” e della sua capacità di vedere e saper correggere e migliorare gli errori altrui, ma non è una ricchezza solo personale, può creare reddito e benessere per la collettività nel complesso, assumendo un valore etico contrapposto all’interesse personalistico proprio del business del suo datore di lavoro, che lei ha dovuto subire e da cui è pronta a prendere le distanze.

Lontano dall’essere un’avida e fredda imprenditrice che tutela solo i propri fini, il suo coraggio, indipendenza e generosità la renderanno anche capace di rinunciare coraggiosamente al suo amore e alla sua felicità per il bene di altre persone. Pure in questo caso, non si farà scoraggiare: è pronta a lasciare tutto e partire per Londra per ricominciare da zero. Il suo negozio e il suo successo non sono il punto di arrivo: la ragazza non si ferma ma neppure fugge, non ha l’arroganza di chi ha raggiunto tutte le sue ambizioni, sa continuare a trasformare gli impedimenti in opportunità, è ancora pronta a mettersi in gioco. Non per niente, il romanzo si chiude con “questa non è una fine”.

Jane Carter, seppur inizialmente  povera e sola, non è né si considera mai una debole da salvare, non é una femminista, non è mai mascolina, non è una Robinson Crusoe al femminile, ma una vera donna molto determinata, completamente artefice del proprio destino. Un personaggio reale e ancora attuale, con la sua visione imprenditoriale, coraggio, forza, amore per la vita, rispetto per l’amicizia e passione, rappresenta la donna moderna, realizzata e indipendente, che diventa tale non grazie ad aiuti esterni, ma grazie solo ai propri meriti.

Contro le quote rosa… parola di Iron Ladies!

Nei giorni scorsi, la nostra Lucia Quaglino su Chicago-blog.it ha portato nuovi, solidi argomenti contro le quote rosa e contro una lunga serie di pregiudizi in materia di questione femminile.

Questi i link al suo primo e al suo secondo intervento, che completano il trittico inaugurato qualche settimana prima con un terzo articolo.

La recente produzione anticonformista e felicemente politically incorrect in materia di donne comprende anche questo post di Giulia B.

Buona lettura!

La guerra di Obama alle donne

Per la nostra rubrica “Iron Ladies’ Corner”, segnaliamo un articolo pubblicato oggi dal Mises Institute dal titolo “La guerra economica di Obama alle donne”.

L’articolo comincia così:

With the re-election of President Barack Obama, it is increasingly evident that the tax eaters outnumber the taxpayers in America. From food stamps to free cell phones, President Obama has achieved significant political success by putting more and more Americans on the government dole. During his recent re-election bid, this effort included considerable pandering to women voters.

Chief among his focus on women’s issues is the so-called equal-pay-for-equal-work campaign.

Il testo completo è qui. Buona lettura!

Sulla manifestazione di domani (14 novembre) contro l’austerità

Domani gran parte dei miei colleghi e dei miei studenti scenderà in piazza, insieme ai loro colleghi europei, per manifestare “contro l’austerità” e per chiedere interventi che, a sentire chi ha organizzato la manifestazione, devono servire per aiutare i giovani a trovare lavoro.
La realtà, purtroppo, è che dietro agli slogan del sindacato, si nascondono fallacie economiche e volontà protezionistiche che rendono il programma della Cgil una via sicura per impedire ai giovani di trovare lavoro.
Si è chiesto, insomma, ai giovani di manifestare per un programma che va totalmente contro i loro interessi, nascondendo il tutto dietro a una ricca dose di populismo e di proposte contraddittorie.
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Come (e quanto) l´Italia ha sprecato il dividendo dell´euro

Da Formiche.net dell’8/11/2012

In un articolo di qualche giorno fa, e ripreso dal sito di Fermare il Declino, ho cercato di modellizzare l´impatto, in termini di minori interessi pagati, dovuto all´adesione dell´Italia alla moneta unica. L´idea era quella di verificare se la cifra di 700 miliardi di euro indicata da Oscar Giannino e ridicolizzata da Claudio Borghi, fosse attendibile come “ordine di grandezza” nel quantificare il cosiddetto “dividendo dell´euro.”

Nell´articolo facevo presente che qualsiasi tentativo in tal senso sarebbe stato arbitrario, in quanto non siamo in grado di predire che cosa sarebbe successo se l´Italia fosse stata esclusa dall´euro. Rimane il fatto che quel semplice calcolo mostrava che i 700 miliardi indicati da Giannino non erano poi una “balla colossale” ma un risultato molto vicino a quello che, molto grezzamente, avevo calcolato io.

Visto che le polemiche non mi interessano, ma le critiche sì, provo a rispondere ad alcune delle obiezioni che il professor Gustavo Piga ha fatto al mio articolo nei giorni scorsi.

1. Conta il tasso reale, non quello nominale

La tesi è la seguente. Se pago un tasso di interesse nominale del 20% e oggi mi indebito per 100, tra un anno dovrò restituire 120. Ma se nel frattempo anche i prezzi sono aumentati del 20%, i 120 di domani, in termini reali, varranno quanto quelli di oggi, per cui in realtà ho pagato un tasso reale pari a zero. Si conclude quindi che pagare il 20% di interessi con un 20% di inflazione è equivalente a pagare zero interessi in un regime di prezzi stabili.

Nella realtà, però, la cosa si complica, principalmente per due motivi. Il primo è che non posso conoscere in anticipo il tasso di inflazione che ci sarà tra 3, 5 o dieci anni, e se mi indebito a lungo termine con inflazione e tasso nominale molto alti, rischio di trovarmi dopo qualche tempo, con un´inflazione molto più bassa e tassi di interesse “reali” da usura. Lo stesso, ovviamente, vale per il debito pubblico ed è il motivo per cui quando si è in una situazione del tipo 20/20 (20% interessi, 20% inflazione), di solito la vita media del debito è molto bassa.

Il secondo motivo è che un tasso di inflazione alto non è esattamente salutare per l´economia e soprattutto non è controllabile. Si parte con l´idea di cavalcare la tigre inflazionistica e si finisce a correrle dietro attaccati per la coda, incapaci di arrestarla.

2. Non sappiamo come sarebbe andata a finire

Il professor Piga ipotizza che, trafitti dall´orgoglio ferito per non essere stati ammessi nell´euro, saremmo stati spinti a “far meglio” dei nostri vicini ammessi nella moneta unica. Tutto è possibile. Non comprendo da dove derivi tutta questa fiducia nella classe politica che ci ha governato negli ultimi 18 anni. Se poi teniamo conto che il il primo argomento usato per auspicare un ritorno alla lira è proprio la possibilità di poter “svalutare competitivamente” la moneta nazionale, direi che ci possiamo togliere ogni dubbio.

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Il Titanic Argentina

 

La fregata Libertad non è una barca qualunque. E’ una nave scuola di proprietà della marina militare argentina, non bella forse quanto la nostra Amerigo Vespucci, ma dotata di quel fascino che solo i velieri d’epoca possono vantare. La sua chiglia ha solcato le acque di tutti e quattro gli oceani ed è stata anche detentrice del record di velocità dell’attraversamento dell’Atlantico a vela.

La sua gloriosa storia sembra però essersi interrotta da quasi un mese in un porto ghanese, bloccata dalle autorità locali assieme al suo equipaggio di 200 marinai: un fondo d’investimento americano (NML) ha approfittato della presenza di un bene dello stato argentino in un paese terzo per reclamarne il sequestro conservativo del bene. Il fondo, di proprietà della Elliott Capital Management, è infatti uno dei cosiddetti holdout creditors  che non hanno accettato la rinegoziazione del debito argentino dopo il default  del 2001 (30 centesimi per ogni dollaro prestato). Non è la prima volta che uno di questi fondi adotta tattiche di questo genere per recuperare il proprio investimento. A nulla sono valse le proteste del ministro degli esteri Eduardo Zuain, che ha parlato di violazioni del Trattato di Vienna sull’immunità diplomatica: l’11 ottobre la Corte di Accra ha rifiutato il rilascio della nave, giudicando insufficienti le ragioni portate dall’Argentina.

2. Il fantasma del default del 2001 torna dunque a preoccupare Buenos Aires, in attesa  anche della pronuncia dell’ICSID (la Corte arbitrale della Banca Mondiale in materia di investimenti) sulla violazione del Trattato bilaterale sugli investimenti tra Italia e Argentina. In caso di sentenza avversa, lo stato Argentino rischia dover riconoscere un indennizzo ai 60.000 italiani che stanno portando avanti la causa.

Ma che dire dei fantasmi del default presente e del default futuro? Dopo la rinegoziazione, il rapporto debito/pil è ovviamente diventato molto basso (sotto il 50%), generando la falsa convinzione di una solidità economica che nei fatti non c’è. Vale la pena a questo punto chiedersi dove porteranno le politiche che l’Argentina sta varando da quando gli effetti negativi del default hanno iniziato a frenare la crescita del paese. Sta forse scivolando su una china pericolosa, che la porterebbe a ripetere gli errori passati? O ha finalmente trovato, come va dicendo in giro per il mondo Cristina Fernández de Kirchner, la terza via fra il social-populismo di Chavez e il neo-liberismo di stampo USA promosso dal Washington Consensus?

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Quanto abbiamo “risparmiato” in interessi con l’euro?

Fare una stima del beneficio, in termini di minori interessi pagati per il servizio del debito, dovuto all’entrata dell’Italia nell’euro è qualcosa di molto complicato. Le emissioni di debito pubblico sono continue e con scadenze diverse, le decisioni di politica economica sono pesantemente condizionate dall’andamento dei mercati dei titoli e così via. Dobbiamo infatti chiederci. Un’Italia che fosse rimasta con la lira avrebbe svalutato, oppure no? Quanto avrebbe beneficiato del calo generale dei tassi di interesse, nella prima decade del terzo millennio? Avrebbe attuato politiche economiche più o meno spendaccione di quelle effettivamente praticate?

Non lo possiamo sapere. Continua a leggere

Tassiamo i conti correnti e chi compra i btp per assumere 800mila forestali!

Il titolo potrebbe sembrare surreale, ma se leggete su http://www.sbilanciamoci.info l’idea del professor Ugo Mattei per rilanciare l’Italia, avendo cura di non soffermarvi sulle “locuzioni ampollose” e di leggere tra le righe il significato pragmatico della proposta, sono sicuro che converrete con me: supercazzole a parte, il titolo descrive in modo sintetico ma preciso il progetto di Ugo Mattei, Guido Ortona e Francesco Scacciati.

Ma andiamo con ordine e leggiamo insieme. Continua a leggere

Quote rosa: il genere a scapito del merito

Sono molte le donne che, vedendo una carenza di colleghe nei loro ambiti – soprattutto ai vertici – sono favorevoli all’introduzione delle quote rosa: meglio, addirittura, sorelle e fidanzate, che la totale mancanza, in particolare nei Cda. Tuttavia, come più volte sostenuto da Serena Sileoni, in nome di battaglie sul genere si rischia di offuscare il merito. Eppure esistono alternative meno invasive che consentono di mettere uomini e donne in condizioni di parità.Lo scetticismo sull’efficacia delle quote rosa deriva dalle possibili conseguenze dell’imporre alle aziende un simile obbligo che, tuttavia, non assicura la presenza di un maggior numero di donne in posizioni apicali, né premia il merito. Giustifica però un’intromissione sempre più forte dello Stato nella sfera privata.

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