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Lo Staff di Ora libera(le)

Perché studiare la Scuola Austriaca è importante / parte prima

Tratto da Ludwig von Mises Italia

L’economia, scriveva Joseph Schumpeter, è “una grande carrozza che trasporta passeggeri di incommensurabile interesse e abilità”. Vale a dire, gli economisti sono incoerenti e inefficaci, la loro reputazione lo conferma. Eppure non dovrebbe essere così per ciò che concerne i tentativi economici di dare risposta alle questioni più importanti del mondo materiale. Supponete di non conoscere nulla riguardo al mercato, e chiedetevi: come può l’intera summa di conoscenza intellettuale e risorse scarse della società essere assemblata al fine di ridurre al minimo i costi; utilizzare il talento di ciascuno; rispondere ai bisogni e gusti di ogni consumatore; incoraggiare innovazione, creatività e sviluppo sociale; come può darsi tutto questo in maniera sostenibile?

La domanda è molto importante, coloro i quali cercato di rispondervi meritano sicuramente rispetto. Il problema è questo: il metodo usato da molti economisti mainstream ha poco a che vedere con l’azione umana, quindi porta a conclusioni errate.

Le questioni centrali dell’economia hanno impegnato i più grandi pensatori sin dall’antica Grecia. E oggi, il pensiero economico, si articola in diverse scuole teoriche: i Keynesiani, i Post Keynesiani, i Neokeynesiani, i Classici, i Neoclassici (o Scuola delle Aspettative Razionali), i Monetaristi, la Scuola di Chicago, la Public Choice della Virginia, gli Sperimentalisti, i Game Theorists, le varie correnti della Supply Side e via dicendo.

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La teoria austriaca del ciclo economico

Perché l’economia reale risente le conseguenze delle follie finanziarie? E’ una domanda non banale a cui cercherò di dare risposta utilizzando la teoria economica proposta per la prima volta da Ludwig Von Mises e Friedrich Hayek negli anni ‘20. Dal momento però che il tutto potrebbe risultare non semplicissimo da comprendere, voglio illustrarvi a grandi linee ciò di cui andrò a parlare utilizzando una storiella che coinvolge un criceto, una ruota e delle anfetamine (!).

Criceti austriaci

Possiamo immaginare il sistema economico come un criceto che sta correndo all’interno di una ruota girevole. Difficilmente il nostro roditore conoscerà sin da subito il suo “ritmo aerobico” di corsa per cui dovrà arrivarci per tentativi, aumentando la sua velocità e poi rallentando per riposare. Man mano che corre, poi, allenerà il fisico e questo gli consentirà di aumentare gradualmente le sue prestazioni.

A un certo però punto interveniamo noi e decidiamo, quando il criceto inizia a rallentare, di stimolare il suo metabolismo somministrandogli dei farmaci (ad esempio delle anfetamine) in modo da migliorare le sue prestazioni.

Ciò che osserviamo è che il criceto riprende a correre più velocemente di prima, almeno sino a quando, esausto, non rallenta nuovamente e si ferma per riposare. Durante lo sprint il criceto ha mantenuto un ritmo insostenibile per il suo metabolismo e così facendo ha consumato ulteriormente le sue energie, riempiendo inoltre i muscoli di acido lattico. Senza contare che i farmaci sicuramente non gli hanno fatto bene!

Se ora il criceto è fermo ed esausto, è forse colpa del suo cattivo metabolismo oppure una conseguenza del precedente stimolo?

Può darsi che una nuova somministrazione di farmaco faccia ripartire il criceto ma il rischio è che proseguendo con le anfetamine e dovendo ogni volta aumentare le dosi per ottenere l’effetto desiderato, si rovini definitivamente la salute del roditore, provocandone la morte.

C’è chi sostiene che regolamentando le somministrazioni possiamo risolvere i problemi del nostro roditore ma non è certo a suon di stimolanti che si ottiene un criceto sano che corre felice sulla sua ruota!

Spiegata così, non sembra troppo difficile. Ora siamo pronti a esaminare la teoria più nel dettaglio, per cogliere alcune sfumature che nella nostra storiella non erano presenti.

E’ importante cercare di capire: il criceto siamo noi.

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Per una disciplina unica del licenziamento individuale ingiusto

Le ipotesi di riforma dell’articolo 18 che sono circolate nei giorni scorsi convergono su un punto: distinguere tre diverse tipologie di licenziamento. Il licenziamento impugnato dal lavoratore e ritenuto ingiusto in sede giudiziaria verrebbe dunque sanzionato con tre diverse modalità: (1) se il giudice rileva discriminazione resterebbe l’obbligo di reintegro del lavoratore discriminato, (2) nel caso in cui il licenziamento sia stato motivato da ragioni disciplinari verrebbe data al giudice la facoltà di decidere tra il reintegro e un risarcimento e, infine, (3) se il licenziamento è stato motivato da ragioni economiche il giudice potrebbe soltanto notificare un risarcimento (il cui ammontare sarebbe già stabilito in funzione dell’anzianità). Nelle righe che seguono riassumo quali sono le conseguenze negative dell’articolo 18 e perché un intervento simile sarebbe poco efficace sulle stesse.

Gli effetti negativi dell’articolo 18.

In base alla ricerca che ho svolto recentemente, il maggiore danno creato dall’articolo 18 è quello di aver reso il licenziamento individuale quasi impossibile. O meglio, il datore di lavoro è liberissimo di licenziare un dipendente, sapendo però che questi potrebbe impugnare il licenziamento e iniziare una causa che potrebbe durare anni. Benché il processo del lavoro segua un iter più rapido rispetto al processo civile, una ricerca di Confartigianato del 2010 rivela che il tempo medio di risoluzione di un processo per licenziamento  è pari a 696 giorni in Italia, mentre in Olanda ne bastano 19, in Spagna 80 in Francia 342. Il datore di lavoro inoltre potrebbe esitare ad effettuare il licenziamento per il timore che la giustizia sia un po’ più dalla parte del lavoratore. Una ricerca di Andrea Ichino mette in dubbio la totale imparzialità dei giudizi mostrando che la percentuale di sentenze favorevoli al lavoratore è superiore nelle regioni italiane dove il tasso di disoccupazione è superiore. E ancora: il datore di lavoro sa che se perde la causa viene costretto  al reintegro del lavoratore –senza alternativa – e al pagamento del salario e contributi maturati per tutto il periodo del procedimento: a questo risarcimento non è previsto un tetto massimo. L’assenza di un massimale e l’impossibilità per il datore di lavoro di poter optare per un risarcimento monetario al posto del reintegro rappresentano due anomalie  rispetto a come viene disciplinato in Europa il licenziamento individuale. Come ricordano Alessandra Del Boca e Paola Rota “anche le spese procedurali hanno un’asimmetria a favore del lavoratore: se il datore di lavoro vince, le spese giudiziali sono divise tra le parti. Se invece viene condannato deve sostenere anche le spese legali della controparte. Questo è un incentivo per il lavoratore a ricorrere alla via legale.”

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In difesa dell’economia di mercato

Di solito, quando tutti i politici, di ogni ordine e schieramento, si trovano d’accordo su qualcosa, dietro c’è una fregatura. È una semplice regoletta ma funziona piuttosto bene. Se poi a essere d’accordo sono i politici di tutte le nazioni la fregatura deve essere anche bella grossa, oserei dire globale. Ricordate quando, dopo il fallimento di Lehman Brothers, tutti i governanti si sono affrettati ad annunciare «la fine del capitalismo laissez-faire» ed il ritorno in auge delle teorie economiche di John Maynard Keynes? Ricordate il violento j’accuse contro il mercato, contro la deregulation, contro il neoliberismo sfrenato ed il capitalismo selvaggio che avevano portato al disastro? Sono le stesse accuse che oggi sentiamo in bocca ai giovani che fanno parte del movimento degli indignados e che protestano nelle piazze di tutto il mondo.

A prima vista questa accusa sembra logica e supportata dai fatti: a partire dagli anni ’80 era stata abbracciata una dottrina economica, il neoliberismo, che invitava lo Stato a lasciare indisturbati i mercati poiché questi ultimi erano «capaci di regolarsi da soli». La famosa “mano invisibile” di Smith doveva assicurare che le risorse venissero allocate in maniera efficiente e che la ricchezza venisse distribuita tra tutta la popolazione.

L’adozione di questa teoria avrebbe portato i paesi Occidentali e gli Stati Uniti in particolare ad abbracciare politiche economiche che hanno progressivamente smantellato lo stato sociale ed hanno portato ad un processo di deregolamentazione sempre più spinto.

Siamo però sicuri che questa storia sia anche vera e non soltanto una mistificazione della realtà? Le politiche economiche degli ultimi decenni sono davvero l’incarnazione di ciò che si definisce come economia di mercato o si sono soltanto spacciate come tali?

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— Marco Bollettino

Articolo 18: Il Briefing Paper di Emilio Rocca

 

 

Pubblichiamo volentieri un estratto del Briefing Paper di Emilio Rocca sull’articolo 18 e sulla necessità di una revisione complessiva dell’approccio al mercato del lavoro.

 

“Nelle prossime settimane verrà presentato il contenuto della riforma del lavoro annunciata  dal Governo. Il dibattito sul tema è iniziato da tempo e già i toni si sono fatti molto accesi sulla necessità di modificare quella norma sulla quale molti Governi, in passato, hanno cercato invano di intervenire: l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. A differenza degli anni scorsi, però, è fonte di ottimismo constatare la presenza di un certo consenso, diffuso tra le parti sociali, sulla necessità di intervenire sul mercato del lavoro e ripensare all’impostazione che ha caratterizzato fino ai giorni nostri la tutela legislativa contro il licenziamento.

Tale necessario ripensamento è la naturale conseguenza di cinque tipologie di problemi che affliggono il nostro sistema del lavoro e che rappresentano gli ambiti di intervento sui quali la riforma dovrebbe operare.

Il primo problema è di tipo strutturale e ha caratterizzato l’economia italiana negli ultimi 15 anni: un basso tasso di occupazione mediamente intorno al 55,2%, contrapposto ad una media europea del 63,8%. Nello stesso periodo, inoltre, la crescita economica è stata asfittica: il PIL reale è cresciuto in media dello 0,91%, la metà del valore europeo, 1,79%.

Il secondo problema, che viene peraltro riconosciuto da tutte le parti sociali, è il dualismo del mercato del lavoro. Questo infatti si è polarizzato negli ultimi anni tra un mercato in cui i lavoratori sono molto tutelati, da una parte, e un altro mercato in cui i lavoratori non sono tutelati per nulla, dall’altra. Per di più, questi due segmenti si rivelano essere a compartimenti stagni: per chi entra nel mercato del lavoro non protetto spesso non avviene il passaggio verso l’altro tipo di mercato.

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