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Le ragioni dell’indipendentismo di fronte alla crisi europea: unica via di crisi?

ora dirittodivotoNel dialogo pubblico sulle eventuali vie d’uscita della crisi, sempre più chiara si fa la voce dell’indipendentismo politico e dell’autodeterminazione locale. L’Ora libera(le), in collaborazione con l’associazione culturale “Diritto di Voto”, ha proposto un approfondimento sul tema con la partecipazione dei Professori Carlo Lottieri, docente di Dottrina dello Stato all’Università di Siena, Paolo Luca Bernardini, storico all’Università dell’Insubria e di Sonia Turinetti, presidente di “Piemonte Stato”.

Come (e quanto) l´Italia ha sprecato il dividendo dell´euro

Da Formiche.net dell’8/11/2012

In un articolo di qualche giorno fa, e ripreso dal sito di Fermare il Declino, ho cercato di modellizzare l´impatto, in termini di minori interessi pagati, dovuto all´adesione dell´Italia alla moneta unica. L´idea era quella di verificare se la cifra di 700 miliardi di euro indicata da Oscar Giannino e ridicolizzata da Claudio Borghi, fosse attendibile come “ordine di grandezza” nel quantificare il cosiddetto “dividendo dell´euro.”

Nell´articolo facevo presente che qualsiasi tentativo in tal senso sarebbe stato arbitrario, in quanto non siamo in grado di predire che cosa sarebbe successo se l´Italia fosse stata esclusa dall´euro. Rimane il fatto che quel semplice calcolo mostrava che i 700 miliardi indicati da Giannino non erano poi una “balla colossale” ma un risultato molto vicino a quello che, molto grezzamente, avevo calcolato io.

Visto che le polemiche non mi interessano, ma le critiche sì, provo a rispondere ad alcune delle obiezioni che il professor Gustavo Piga ha fatto al mio articolo nei giorni scorsi.

1. Conta il tasso reale, non quello nominale

La tesi è la seguente. Se pago un tasso di interesse nominale del 20% e oggi mi indebito per 100, tra un anno dovrò restituire 120. Ma se nel frattempo anche i prezzi sono aumentati del 20%, i 120 di domani, in termini reali, varranno quanto quelli di oggi, per cui in realtà ho pagato un tasso reale pari a zero. Si conclude quindi che pagare il 20% di interessi con un 20% di inflazione è equivalente a pagare zero interessi in un regime di prezzi stabili.

Nella realtà, però, la cosa si complica, principalmente per due motivi. Il primo è che non posso conoscere in anticipo il tasso di inflazione che ci sarà tra 3, 5 o dieci anni, e se mi indebito a lungo termine con inflazione e tasso nominale molto alti, rischio di trovarmi dopo qualche tempo, con un´inflazione molto più bassa e tassi di interesse “reali” da usura. Lo stesso, ovviamente, vale per il debito pubblico ed è il motivo per cui quando si è in una situazione del tipo 20/20 (20% interessi, 20% inflazione), di solito la vita media del debito è molto bassa.

Il secondo motivo è che un tasso di inflazione alto non è esattamente salutare per l´economia e soprattutto non è controllabile. Si parte con l´idea di cavalcare la tigre inflazionistica e si finisce a correrle dietro attaccati per la coda, incapaci di arrestarla.

2. Non sappiamo come sarebbe andata a finire

Il professor Piga ipotizza che, trafitti dall´orgoglio ferito per non essere stati ammessi nell´euro, saremmo stati spinti a “far meglio” dei nostri vicini ammessi nella moneta unica. Tutto è possibile. Non comprendo da dove derivi tutta questa fiducia nella classe politica che ci ha governato negli ultimi 18 anni. Se poi teniamo conto che il il primo argomento usato per auspicare un ritorno alla lira è proprio la possibilità di poter “svalutare competitivamente” la moneta nazionale, direi che ci possiamo togliere ogni dubbio.

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Ci penserà lui!

La polemica sull’opportunità di abbandonare interamente il denaro contante torna ciclicamente e ciclicamente viene dimenticata. Poco tempo fa era su tutti i giornali, ora se ne parla a malapena. Bene, che resti nel limbo delle proposte idiote! Ma, per prevenire l’italica abitudine della denaftalinizzazione delle boiata al calmarsi delle acque, mi preme mettere le mani avanti su quello che è un cavallo di battaglia dei promotori, ovvero che “non c’è problema che tutte le tue operazioni, dall’acquisto del pane, a un viaggio in Australia, all’acquisto di una bambola gonfiabile, rimangano tracciate: ci penserà lo Stato (che, ovviamente, siamo noi!) a tenere sicure queste informazioni”.

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I dilemmi del pagamento di giudici e funzionari pubblici

La sentenza della Corte Costituzionale n. 223/2012 ha dichiarato illegittimi i tagli all’indennità dei magistrati e degli alti funzionari pubblici introdotti dal governo Berlusconi. La sentenza è stata accolta da molte critiche, ma anche da segni di approvazione. La faccenda merita dunque di essere approfondita, sia che si abbia a cuore la responsabilità fiscale dell’esecutivo, sia che ci si preoccupi di salvaguardare la concorrenza.

Partiremo dal punto che ci appare più semplice, ovvero la remunerazione degli alti funzionari “generici”, per poi affrontare quello più insidioso, la remunerazione dei magistrati.

Le disposizioni che riguardavano i funzionari pubblici stabilivano una riduzione del loro trattamento economico complessivo, prevedendo in particolare per tre anni, dal 2011 al 2013, una decurtazione del 5% per i compensi superiori a 90.000 euro, e del 10% per quella superiore ai 150.000 euro.
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Ora libera(le) – Incontro con Andrea Zucchi

L’Ora Libera(le) è lieta di ospitare per il mese di Ottobre Andrea Zucchi, piccolo imprenditore Italiano che ha avuto il coraggio di testimoniare in maniera emozionante ed efficace le traversie e le vessazioni che chiunque voglia vivere e fare impresa nel nostro Paese subisce giornalmente.

Dopo questa sua forte presa di posizione ha creato Passaporto per la Vita, che si propone di creare un network in appoggio agli imprenditori delusi delle condizioni di libertà di impresa in Italia e che vogliano espatriare verso Paesi più meritevoli del loro talento.

L’Ora libera(le) seguirà la formula canonica dell’aperitivo conviviale e della discussione informale autofinanziata: il contributo organizzativo richiesto ai partecipanti sarà pari ai classici10 euro.

Saremo ospitati dalla Fondazione Camis de Fonseca in via Pietro Micca 15, primo piano a partire dalle ore 19:00 di giovedì 11 ottobre.

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Update: ecco i momenti salienti dell’intervento

 

Cose (E)inaudite – Astenersi perditempo

Oggi è il giorno dell’ennesimo sciopero del pubblico impiego, convocato da Cgil e Uil. Intanto, qui c’è del materiale succulento per esperti di statistica, o forse di fenomeni paranormali: una persona comune non è in grado di dare una spiegazione razionale dell’incredibile coincidenza astrale che, per puro caso, fa cadere gli scioperi sempre di venerdì o al massimo di lunedì.

 

Ma andiamo alla sostanza. I sindacati scendono in piazza contro la spending review, e contestano in primo luogo il fatto che essa consti di tagli lineari, i quali non distinguono tra amministrazioni virtuose e sprecone; su questo, hanno ragione da vendere. A parte questo, è un insieme di rivendicazioni fuori dal tempo: no alla riduzione degli organici; sì anzi alla stabilizzazione in massa dei precari; nuovo contratto collettivo nazionale con miglioramento delle condizioni; no al blocco del turnover che fa aumentare l’età media degli organici.

 

La Federazione del Lavoratori della Conoscenza della CGIL, che gentilmente ci omaggia della sua newsletter anche se non ricordiamo di averla mai richiesta, rincara la dose per quel che riguarda l’università, con il suo immancabile corredo di supercazzole: «La spending review assesta un duro colpo al sistema di protezione sociale e ai diritti di cittadinanza … Nei settori della conoscenza non s’intravede alcuna discontinuità rispetto alle politiche di privatizzazione dei saperi … Per uscire dalla crisi occorre un cambio di cambio (sic) di visione che parta dal riconoscimento del lavoro, del welfare, del sapere, dell’ambiente e della giustizia sociale».

 

Ora, da precario dell’università avrei tutto l’interesse personale ad un aumento senza criterio delle risorse a disposizione di questo comparto e ad assunzioni di massa come auspicano gli scioperanti. Tuttavia, rimango convinto che la strada da loro indicata sia sbagliata: perché è esattamente la strada che abbiamo seguito fino ad oggi, e i risultati sono lo spread alle stelle e la recessione.
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Avanti così, facciamoci del male!

Il professor Gustavo Piga torna a postare grafici, che dovrebbero dimostrare in maniera lapalissiana che la medicina in grado di salvare l’Europa è e non può che essere la spesa pubblica. In poche parole i pacchetti congiunturali post-crisi finanziaria non sarebbero stati sufficienti: gli Stati europei avrebbero dovuto indebitarsi ben di più, incrementando, immaginiamo, in particolare la spesa per investimenti (più ponti di Messina e più TAV per tutti!). Il ragionamento di Piga è frutto del peggior determinismo economico. Tagliare la spesa pubblica in recessione è ancor più recessivo, mentre aumentare la spesa pubblica indebitandosi ulteriormente (esattamente quello che l’Italia fa da decenni) sarebbe salvifico. Il che è probabilmente vero, dopo che uno avrà anche deciso di imbavagliare i mercati e concedere prestiti agli Stati attraverso alchimie finanziarie come i fondi di stabilizzazione o, direttamente, attraverso la BCE. A quel punto le magnifiche sorti dello Stato che si autofinanzia attraverso la banca centrale saranno compiute.

Nel frattempo Piga non viene sfiorato dal dubbio che un ulteriore indebitamento per finanziare più spesa pubblica (come se la nostra spesa non meritasse a prescindere di essere razionalizzata!) possa ammazzare la crescita e non generarla. No, apparentemente no. Tutto bene, niente drastica riduzione di consumi ed investimenti privati, ma solo una mirabolante crescita, garantita da investimenti in infrastrutture e probabilmente da stipendi maggiorati per i dipendenti della pubblica amministrazione.

Il discorso è lo stesso per la formula più tasse, più spesa, illustrata qualche giorno prima. Una politica fiscale espansiva produce punti di PIL nel breve termine, poi, siamo di nuovo daccapo, con il deficit che si allarga e il debito che si alza. Senza contare che Piga non sembra tener conto della realtà italiana, dove la spesa pubblica è senza se e senza ma inefficiente: un suo aumento è destinato inevitabilmente a produrre nuovi sprechi e nuovi scandali. Non parliamo poi della tassazione, Piga dovrebbe saperlo meglio di noi, quale sia il livello delle rapine cui è giunto il nostro Stato. Ma evidentemente ancora non basta. Andiamo avanti così, facciamoci del male.

Unione bancaria, ovvero il circolo vizioso della regolamentazione

Dopo un certo travaglio, la Commissione europea sta per partorire la sua proposta normativa per l’istituzione dell’unione bancaria. Si tratta di uno step cruciale nel processo di riforma della disciplina dei mercati finanziari messo in atto dalle autorità europee in risposta alla crisi. L’unione bancaria consterebbe essenzialmente di tre elementi: un’autorità di supervisione comune a tutti gli Stati europei, regole (e fondi) comuni per la ristrutturazione di banche insolventi, e una garanzia comune per i depositi.

Qui vorrei esprimere alcune considerazioni critiche su un articolo uscito sul Financial Times del 4 settembre, in cui si sostiene che Banking union is critical for eurozone (“L’unione bancaria è decisiva per l’eurozona”); l’articolo porta la firma di Erik F. Nielsen, global chief economist di UniCredit. L’argomentazione di Nielsen a sostegno della necessità di un’unione bancaria è infatti estremamente esemplificativa di un modo di ragionare che a mio avviso è davvero tempo di mettere in discussione.

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