Quote rosa: il genere a scapito del merito

Sono molte le donne che, vedendo una carenza di colleghe nei loro ambiti – soprattutto ai vertici – sono favorevoli all’introduzione delle quote rosa: meglio, addirittura, sorelle e fidanzate, che la totale mancanza, in particolare nei Cda. Tuttavia, come più volte sostenuto da Serena Sileoni, in nome di battaglie sul genere si rischia di offuscare il merito. Eppure esistono alternative meno invasive che consentono di mettere uomini e donne in condizioni di parità.Lo scetticismo sull’efficacia delle quote rosa deriva dalle possibili conseguenze dell’imporre alle aziende un simile obbligo che, tuttavia, non assicura la presenza di un maggior numero di donne in posizioni apicali, né premia il merito. Giustifica però un’intromissione sempre più forte dello Stato nella sfera privata.

Un simile strumento tende a privilegiare la quantità rispetto alla qualità: si rischia così di trovarsi con 100 veline – scelte tra sorelle, mogli e amanti – piuttosto che 10 professioniste. La presenza di donne poco preparate e abili scredita nel complesso le capacità e potenzialità femminili nel mercato del lavoro e cambia poco dal punto di vista di una migliore gestione aziendale dare a tutte le stesse possibilità di occupare posti di rilievo, se questo avviene a scapito dell’effettiva capacità di meritarsi una certa posizione.
Di fronte a un simile obbligo, gli imprenditori potrebbero reagire cercando degli escamotage, per nulla difficili da immaginare: ad esempio, le quote potrebbero essere rispettate mettendo delle figuranti, dei nomi e delle facce di donne che nulla fanno e decidono e in nessun modo contribuiscono al lavoro per cui sono state assunte. Oppure le si assume per poi relegarle ad ambiti secondari: la semplice presenza, soprattutto se imposta, non assicura che effettivamente siano garantiti e svolti compiti di responsabilità né che siano assicurate loro posizioni apicali, con il rischio, anzi, che vengano emarginate.
Anche come norma transitoria che abbia tuttavia un effetto di shock e funga da traino non funziona, perché una volta che un privilegio è stato concesso è quasi impossibile toglierlo e perché comunque tenderebbe a giustificare il principio di validità di uno strumento nonostante si sia consapevoli del suo effetto distorsivo, come dimostra la volontà di fissare un termine. A chi impedire, poi, di dire che una data posizione è stata ottenuta “ex-lege” piuttosto che conquistata? Complessivamente, il valore del lavoro femminile sarebbe ridotto e denigrato.
Peraltro, se il problema è quello di fare un primo passo in tale direzione o intervenire su una mentalità e cultura distorta, allora sono meno invasivi gli strumenti che garantiscono condizioni di uguaglianza all’entrata, ossia che incentivano e favoriscono l’ingresso delle donne, piuttosto che rendere obbligatoria una certa quota di donne nei Cda.
Complessivamente, è quindi difficile poter stimare se i benefici siano tali da giustificare le quote rosa o se, piuttosto, i costi – economici e, in qualche misura, sociali – non siano maggiori.

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— Lucia Quaglino

twitter.com/luciaquaglino

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