Come l’Equità in Italia diventò Equitalia

A qualsiasi osservatore, più o meno attento, è evidente come il termine “Equità” sia salito alla ribalta nella politica nazionale, ogni provvedimento, manovra, programma viene, effettivamente, sempre messo in rapporto con questo concetto, e applaudito o avversato definendolo più o meno equo.
Il termine “Equità” è presente in ogni discorso e in ogni proposta politica di entrambi gli schieramenti e dell’attuale governo “super partes”, sino a diventare una sorta di ideologia condivisa a livello istituzionale.

Ma siamo sicuri che il concetto di Equità sia utilizzato in maniera propria?

Per capirlo è il caso di andare alle radici dell’idea stessa: l’Aequitas Latina, ovvero un’ idea dinamica, nata dalla visione utilitaristica del diritto all’interno dello stato Romano, una nozione che presuppone il giudizio individuale rispetto ad un singolo, o a più, parametri presi in considerazione.
L’Equità, in questo caso, non è, quindi, un valore, inteso come assoluto né potrebbe aspirare a diventare un tema ideologico.

L’Aequitas Latina si è, però, evoluta, in una concezione Medievale e Cristiana che prevede un’ idea di giustizia statica rappresentata da Dio, l’Equità diventa, perciò, un concetto statico che può fungere da valore assoluto, ovvero l’Aequitas Canonica, esemplificata dalla massima nihil aliud est Aequitas quam Deus” (l’Equità non è altro che Dio stesso).
E’ proprio l’Equità Canonica che diventa utile al politico per sviluppare un nuovo paradigma, l’Equità moderna, che permetta di circondare le sue azioni con un aura di intangibilità e dargli maggior consistenza, ma questa perversione dell’idea stessa è praticamente impossibile senza una nozione trascendente del Diritto, diventa, quindi, necessario affiancare all’Equità uno dei più importanti “falsi dei” dell’epoca moderna: l’Eguaglianza, aiutati nel processo anche da una certa assonanza tra le due parole.

Un’ azione coercitiva in nome dell’Equità, però, oltre ad essere un’ ultima ratio e non un provvedimento comune, è per sua stessa natura, un’ azione asimmetrica volta a riportare un criterio di giustizia dove c’è stata sopraffazione, non può essere, quindi, paritaria.

L’idea attuale che all’Equità corrisponda un egual grado di eguaglianza implica che invece che perseguire il bene ci si limiti a trovare la formula magica per distribuire il male, in modo che nessun si possa sentire discriminato sulla base di un dozzinale argomento matematico.
L’Equità diventa, di conseguenza, un semplice fatto statistico che prescinde dai meriti e dai demeriti personali e dal concetto stesso di individui, per diventare l’ennesimo mezzo della neolingua per tentare di livellare la società, di trasformarla in un gregge di eguali e per dare una giustificazione etica alla redistribuzione.
“Distribuire i sacrifici”, formula tanto cara all’attuale premier, non è un sintomo di equità, così come non sarebbe giusto reagire ad un omicidio punendo persone a caso prescindendo da un giudizio nel merito, ma soprattutto sottointende una concezione sociale identitaria, che la nazione come un singolo organismo e il bene e il male non come prodotti dell’azione di individui ma della comunità nel suo complesso.

L’Equità diventa, così, un termine svuotato dal suo contenuto valoriale per diventare esso stesso un mezzo di aggressione invece che un argine alla sopraffazione.

La totale accettazione di questa falsa Equità come unico punto di riferimento per giudicare il mondo indica, ancor di più, che la presa di coscienza di essere un individuo, l’idea di avere responsabilità in quanto tale, sono diventate un fardello troppo pesante per l’uomo moderno, cresciuto con l’idea di essere un atomo, una cellula non pensante all’interno di una società rappresentata dall’istituzione-stato, che si sobbarca tutti gli oneri e le decisioni per il “bene comune”.
Così si spiega il successo della falsa Equità fondata sull’Uguaglianza, che può rappresentare un surrogato a buon mercato dell’Etica individuale relegando sempre di più la propria coscienza.

La moderna magia dell’uguaglianza è stata accresciuta non solo da una tecnologia che produce oggetti identici (ad esempio un tipo di macchina che può essere posseduta “comunamente” da mezzo milione di persone) ma anche dalla percezione subconscia che l’uguaglianza sia affine con la convenienza e che porti verso una maggiore chiarezza, specie per le menti semplici.

Leggi identiche, unità di misure identiche, linguaggio identico, moneta identica, educazione identica, vestiti uguali o quasi uguali (le divise della Cina comunista): tutte queste cose cominciano a diventare altamente desiderabili.
Semplifica le cose. E’ più economico. Dispensa dal pensare.
Ad alcune persone comincia a sembrare addirittura “più giusto”.

Domenico.

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