Alcune considerazioni sulle monete complementari

Dal momento che le iniziative per introdurre “monete complementari” sono sorte un po’ in tutta Italia (anche a Torino), è bene cercare di capirci qualcosa in più e vedere di che cosa si tratta. Per farlo andremo a considerare quella che è forse la moneta complementare più famosa nel nostro paese, lo Šcec o “Solidarietà che cammina.”

Iniziamo con il dire che liberare la moneta dal monopolio statale è una cosa che ci piace – non a caso il progetto di Hayek di denazionalizzazione della moneta si basava proprio su questo – quindi non partiamo di certo prevenuti e vediamo cos’è questo ŠCEC. Se un “privato” si mette e creare una moneta, anche non merce, e questa viene accettata liberamente da un gruppo di persone, non c’è nulla di male.

Che cos’è lo Šcec?

Dal sito Arcipelago Šcec possiamo leggere:

 “Gli ŠCEC sono la rappresentazione dell’atto di fiducia che gli associati si attribuiscono reciprocamente; ovviamente si usano solo insieme agli Euro; rappresentando una diminuzione della spesa, aumentano  di fatto il potere di acquisto delle famiglie che partecipano al circuito di Arcipelago, ma soprattutto agganciano gli euro al territorio arginando l’emorragia di ricchezza e innescando circuiti economicamente e socialmente virtuosi.”

Tradotto dal vendoliano, il paragrafo significa: lo Šcec è un modo per fare in modo che i negozianti abbassino i prezzi  a una certa categoria di persone

“Per motivi di praticità hanno un cambio di 1:1 con l’euro ( quindi uno ŠCEC equivale ad un Euro ) ma, ovviamente, non sono convertibili, possono solo passare di mano in mano, da qui la Solidarietà ChE Cammina.

Al momento dell’iscrizione l’accettatore – ovvero il produttore, il commerciante, l’artigiano, il professionista – indica liberamente la percentuale di accettazione dei Buoni Locali, valore che si aggira solitamente tra il 5 e il 30% del prezzo del prodotto o del servizio. Percentuale che potrà variare in qualsiasi momento solo con una semplice comunicazione”

In pratica, se stabilisco il 30% di sconto e il prezzo originale è 100€, ti faccio pagare con 70€ veri e con 30 Šcec.

Perché usare lo Šcec? (secondo i promotori)

Il volo pindarico originale, lode all’amore equo e solidale in pentametri giambici, lo trovate qui. Di seguito, invece, la traduzione in italiano.

I supermercati sono il male perché è vero che abbassano i prezzi ma non reinvestono i loro profitti sul territorio (chi lavora nel supermercato evidentemente non lo contiamo). Invece i piccoli produttori locali sono buoni e spendono sul territorio ma, purtroppo, non possono reggere la concorrenza con i cattivi supermercati (ad es. abbassando i prezzi). Introducendo lo Šcec, però, riusciamo a creare un “patto di solidarietà” e “intervenire virtuosamente” in modo che i consumatori comprino dai produttori locali e non al supermercato.

Alla fuffa a km zero poi si aggiungere quella anticapitalista, che potete ritrovare nei messaggi presenti sugli Šcec: “Il denaro a debito è un disonore”, “L’acqua non si acquista, etc.”, etc.

Perché usare lo Šcec? (Secondo me)

Se lasciamo perdere le balle monetarie e andiamo al sodo, l’arcipelago Šcec funziona come un grosso “club” al cui interno si praticano degli sconti ai soci e nel quale è presente un meccanismo di autoregolazione (lo Šcec) che mette un tetto agli sconti che si possono ottenere senza a propria volta praticarne. Dopo l’elargizione iniziale, infatti, l’unico modo per ottenere Šcec è accettarli in pagamento per beni e servizi. Più sconti si praticano, più Šcec si ricevono e si potranno spendere.

Primo problema (grosso). Gli Šcec non si autodistruggono da soli, per cui si troveranno sempre nel portafogli di qualcuno. Ad un certo punto finiranno in quello di chi, pur volendo, non sarà in grado di utilizzarli, perché l’economia non è chiusa e comunque certi pagamenti come le bollette o le tasse, non si possono effettuare in Šcec.

Questa persona si trova nella spiacevole situazione di aver praticato tanti sconti e di non poterne usufruire. Qual è la risposta dell’Arcipelago Šcec?

 “Nella fase iniziale di un circuito locale è più che normale avere una circolazione difficoltosa. Come ogni novità ha bisogno del suo tempo di accoglimento, comprensione, assestamento e poi di crescita. La migliore risposta è ricordare che noi, ognuno di noi è Associazione, è Circuito lì dove si opera: la nostra comprensione e sostegno al progetto deve diventare l’elemento primario di divulgazione, presso clienti e fornitori (già in essere o nuovi).”

Traducendo dal vendoliano, la risposta non c’è…  si consiglia solo di pagare un “bonus” allo stipendio in Šcec ai dipendenti, oppure all’associazione locale che gestisce la moneta completamentare di fornire servizi pagabili (in parte) con la stessa.

Il problema però non viene risolto ma solo rimandato di qualche passaggio. Se infatti partiamo da una distribuzione iniziale di 100 Šcec a testa ci sono due possibilità:

1) ad un certo punto si ritorna ad avere la distribuzione iniziale di Šcec (soluzione ottenibile solo  in teoria, in un’economia completamente chiusa, e che equivale ad una riduzione percentuale di prezzi e salari)

2) C’è qualcuno che ha speso Šcec senza dare niente in cambio e altri che hanno “dato in cambio” ricevendo Šcec che non riescono a spendere.

Da notare che la possibilità 1) implica una situazione uguale a quella di partenza: vengono scambiati gli stessi beni e servizi ma a prezzi/salari più bassi. La seconda, invece, sotto un apparente velo di volontarismo, nasconde un trasferimento di ricchezza verso i free rider (chi spende Šcec e non fa sconti) da parte dei generosi (chi accumula Šcec e non riesce a spenderli).

Un’obiezione può essere che i secondi, in realtà, stanno facendo solidarietà ai primi, che appartengono a classi magari disagiate e a basso reddito (disoccupati, pensionati, etc.) . È vero ma ricordiamo che non è questo che è stato raccontato ai “generosi”. A loro è stato detto che praticando gli sconti poi avrebbero potuto beneficiarne. Mentre in realtà non è così. Inoltre la “solidarietà” ai bisognosi si esaurisce presto, visto che questi non possono ricevere altri Šcec se non con una nuova elargizione gratuita. Non a caso si parla di distribuire mensilmente 100 Šcec a testa, aggravando in modo esponenziale il problema).

Secondo problema (per me in realtà è tutt’altro che un problema)

Perché allora i “generosi” non dovrebbero uscire dal circuito Šcec, scaricando la patata bollente su altri e provocando un effetto domino che farà fallire tutto lo schema? E’ vero che inizialmente ci può essere un piccolo boom dell’economia locale ma poi il problema che ho descritto, si presenta ed è irreversibile.

La cosa può funzionare – per un po’ – soltanto quando i “generosi” vedono diminuire le entrate in euro (accumulando Šcec) ma riescono anche a far diminuire le uscite (senza spendere Šcec, visto che abbiamo supposto che non riescano a farlo). Come? Pagando meno tasse.  Se uno scontrino è di 8 euro e 2 Šcec, invece di 10 euro, allora i ricavi a fine anno saranno minori e si pagheranno meno imposte.

E il Wir svizzero? Non funziona forse con successo sin dal 1934?

È vero, ma si tratta di qualcosa di profondamente diverso dallo Šcec. Anche il Wir è una moneta emessa da privati ed accettata in pagamento, insieme alla moneta nazionale, dagli aderenti ad un circuito di soci, ma le analogie terminano qui.

Il Wir è nato infatti come credito a buon mercato per le imprese (inizialmente il tasso d’interesse era zero) e non come elargizione di reddito extra per i consumatori. Infatti è gestito da una banca (la banca Wir) che funziona come un normale istituto di credito, tutte le transazioni vengono fatte elettronicamente (o con assegni) – senza scambio di wir “fisici” – e ai partecipanti è richiesto di mantenere quindi un conto corrente in Wir e franchi svizzeri.  Certamente, oggi, anche i normali consumatori possono aprire un conto presso la Banca Wir, ma scordatevi di ricevere 100 Wir al mese come “reddito di cittadinanza” ! Le nuove emissioni, infatti, avvengono come forma di credito alle imprese, ad un (basso) tasso di interesse. A tutti gli effetti, quindi, il Wir è una moneta a debito (The Horror!)

In sostanza, un’impresa che entra nel circuito della banca Wir, accetta di ricevere pagamenti in questa moneta privata e in cambio ottiene un accesso agevolato al credito concesso dalla stessa banca Wir.

Un esempio, riferito a una coppia italo-svizzera che voleva ampliare un hotel

“He needed to borrow four million francs. The WIR bank would lend him a half million WIR at no interest to place the funds in circulation. He could then borrow another half million in Swiss Francs at 1%. And the next 3 million Swiss Francs from the WIR bank at 3%.”

Insomma, niente a che spartire con lo Šcec

Bastiat Contrario

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