Unione bancaria, ovvero il circolo vizioso della regolamentazione

Dopo un certo travaglio, la Commissione europea sta per partorire la sua proposta normativa per l’istituzione dell’unione bancaria. Si tratta di uno step cruciale nel processo di riforma della disciplina dei mercati finanziari messo in atto dalle autorità europee in risposta alla crisi. L’unione bancaria consterebbe essenzialmente di tre elementi: un’autorità di supervisione comune a tutti gli Stati europei, regole (e fondi) comuni per la ristrutturazione di banche insolventi, e una garanzia comune per i depositi.

Qui vorrei esprimere alcune considerazioni critiche su un articolo uscito sul Financial Times del 4 settembre, in cui si sostiene che Banking union is critical for eurozone (“L’unione bancaria è decisiva per l’eurozona”); l’articolo porta la firma di Erik F. Nielsen, global chief economist di UniCredit. L’argomentazione di Nielsen a sostegno della necessità di un’unione bancaria è infatti estremamente esemplificativa di un modo di ragionare che a mio avviso è davvero tempo di mettere in discussione.

In sintesi, Nielsen fonda la propria tesi su una premessa: “without a banking union, banks are de facto contingent liabilities of their own individual sovereign state“, ovvero “senza un’unione bancaria, le banche rispondono di fatto dei rischi dei rispettivi stati”. Ma in un mercato unico come quello europeo, non è giusto che alcune banche abbiano costi maggiori di altre, così patendo un considerevole svantaggio competitivo, solo perché il governo del loro Paese non è fiscalmente responsabile.

Cos’è che non va in questo ragionamento? È la premessa a non funzionare. Che le banche non debbano patire per l’irresponsabilità fiscale dei rispettivi governi, infatti, è più che ragionevole. Ma il problema sta a monte: perché le banche soffrono così tanto tale irresponsabilità? La soffrono perché sono strapiene di titoli di debito dei rispettivi governi. E se questi titoli minacciano di non essere ripagati, ecco che le banche sono esposte a ingenti perdite.

Dove sta, allora, l’aspetto problematico della tesi di Nielsen? Sta nel non contemplare neppure l’ipotesi che le cose possano andare diversamente: l’economista non prende neppure in considerazione l’idea che le banche possano non legarsi così tanto ai governi come sono abituate a fare. Lo si dà per scontato: è così e sarà sempre così, concentriamoci piuttosto sulle strategie per disinnescare i rischi che questo comporta, sembra dire l’economista di Unicredit.

Questa linea di pensiero è emblematica perché mostra come spessissimo quella che ci appare un’evidente necessità di un nuovo intervento regolatorio, in realtà è determinata da un precedente atto di interferenza con l’ordinato funzionamento del mercato. Nella fattispecie, non si può infatti sostenere che questa stretta interconnessione tra banche e governi, che Nielsen ammette candidamente, sia un fenomeno di mercato, qualcosa che accadrebbe spontaneamente.

Tutt’altro: l’interconnessione così stretta è frutto di precisi incentivi, derivanti da un’alterazione del mercato. Da un lato, i governi hanno la forte necessità di poter contare su dei sicuri acquirenti dei propri titoli di debito, con cui finanziare le proprie inarrestabili spese, necessarie molto spesso ad acquistare consenso per la propria rielezione, come insegna cinicamente ma molto lucidamente la scuola di public choice. Dall’altro, le banche non svolgono questo servizio senza una contropartita: il loro ritorno consiste in una legislazione di favore, e nella garanzia di salvataggio a spese dei contribuenti in caso di necessità. Una cambiale che si è visto essere puntualmente onorata dai governi occidentali un po’ ovunque quando le banche, minacciate anche e soprattutto dal crollo dei valori dei titoli del debito pubblico, rischiavano la bancarotta. I governi possono così incrementare la spesa e quindi il proprio potere, mentre le banche godono i benefici di un investimento essenzialmente privo di rischi: finché le cose vanno bene, incassano le cedole, mentre quando iniziano ad andare male, ci pensano i contribuenti a risollevarle.

Ciò è la negazione di un meccanismo di mercato. Il mercato, preso sul serio, vuole che le conseguenze – tanto positive quanto negative – delle azioni ricadano su chi le ha compiute: un investimento corretto andrà remunerato, uno avventato è giusto che comporti delle perdite. La differenza rispetto al quadro delineato è del tutto evidente.

Qualcosa di molto simile si può riscontrare nella gran parte dei casi in cui a prima vista si ravvisa la necessità di nuova regolamentazione: a ben vedere, infatti, si scopre quasi sempre che questa necessità è indotta da una precedente interferenza con i mercati. I quali sono lungi dall’essere perfetti, però non meritano di vedersi attribuite tutte le colpe che vengono loro addebitate: scavando appena un pochino, si scopre che quello che appariva un fallimento del mercato deriva in realtà direttamente da qualche forma di regolamentazione, che ha creato distorsioni tali da rendere poi necessario l’intervento di ulteriore regolamentazione per correggere quelle distorsioni, e così via.

Il caso dell’unione bancaria è molto evidente. Ma lo stesso vale per tutta quella serie di norme che vengono invocate per tenere sotto controllo il comportamento dei banchieri, o la loro remunerazione, o la loro assunzione di rischi, quando la gran parte delle loro condotte è spiegabile alla luce dell’ovvio incentivo che i banchieri hanno a tenere determinate condotte, dal momento che sanno bene che non ne pagheranno le conseguenze, in virtù del patto non scritto per cui i governi non le lasceranno fallire.

Sarebbe allora quanto mai urgente ripensare la necessità di ulteriore regolamentazione, e chiedersi piuttosto se non sarebbe il caso di deregolamentare con convinzione i mercati finanziari, nel senso di rimuovere quegli incentivi perversi all’assunzione di rischi eccessivi, che nulla hanno a che fare con delle genuine scelte di investimento dettate da criteri di mercato.

Detta così, “occorre deregolamentare”, può sembrare una provocazione di qualche liberista al soldo di Wall Street. Ma in realtà, se appena ci si riflette un poco, appare tutt’al contrario come un’aspirazione a un’assai maggior responsabilizzazione delle istituzioni finanziarie, che le veda finalmente resistere alla diabolica tentazione di continuare a stringere patti con i governi, e al contempo libere di fare investimenti sbagliati e patirne le conseguenze, ma anche di farne di giusti e goderne i benefici, senza dover dire grazie alla politica.

— Riccardo de Caria
@riccardodecaria
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3 thoughts on “Unione bancaria, ovvero il circolo vizioso della regolamentazione

  1. Premessa la perversione che affligge il sistema e la veridicità di quanto dici, credo che ci sia un ulteriore aspetto da tenere presente, che inerisce al secondo punto previsto da Nielsen; ovvero in che modo un’ulteriore regolamentazione distorsiva di mercato permetterebbe di sollevare i contribuenti dal pagamento di azioni avventate che loro non hanno contribuito a innescare. Sei d’accordo?

  2. non sono sicuro di aver capito bene, ma è proprio per proteggere i contribuenti che dovremmo lasciar fallire le banche che vanno a letto coi governi: poi ne paghino le conseguenze! E se dobbiamo salvarle, proteggiamo i “depositanti”, non gli azionisti

  3. Lo Stato nel deregolare, o meglio, nel regalare, ha portato molti banchieri alla sindrome di Carlo Magno. Questi managers, cullati da sogni d’oro, hanno ritenuto normale e morale creare, in relazione alla complessa e delicata fisiologia della moderna economia reale, credo unico vero oggetto della tradizione del credito, istituti con mire globali e con utili megagalattici. Queste fascinose bestie, ormai too big to fail, nate da innesti stilosi e non sempre leciti, vere cornucopie di denaro, sono però realtà che rappresentano, al contempo, un ricatto morale per le politiche prudenti e ghiotta occasione per le politiche malsane. Ai managers che osano, quindi, vanno, con la benedizione di politici, denari, rispetto e potere. Dal loro fallimento, infatti, i politici definibili “prudenti” perché accomodanti, ostaggi della loro mediocrità, temono le ovvie e catastrofiche conseguenze per i correntisti e le imprese, il che non è cosa se non si vuole scivolare malamente dalla poltrona su cui si dorme comodi e al caldo.
    I politici malsani, invece, schiavi del debito, vedono nel posticcio vigore del colosso che hanno contribuito in malafede a partorire l’occasione immediata per saziare il loro avido appetito, senza appesantire la propria coscienza e senza mai dover e renderne conto. E quindi ovvio che entrambi preferiscano “andarci a letto” col colosso sperando nella continuità idilliaca, ma pericolosamente instabile, del loro tornaconto e nella fedeltà dell’amante. Ritengo che la risposta stia nella responsabilità personale di chi riveste ruoli chiave nelle vicende finanziarie e politiche, responsabilita per cui sono sempre profumatamente pagati; se le pene fossero reali, certe e giustamente commisurate alle colpe forse tutto tornerebbe a seguire logiche più armoniose. Non deregolare quindi ma regolare meglio.

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