Once upon a time in una Torino più libera…

Un po’ di storia torinese trovata in giro sul web:

“Siamo in piazza Castello, intorno al 1904: due tram si incrociano proprio davanti al palazzo (a SX) che sarà poi demolito per realizzare la Torre Littoria.Notare come il tram a sinistra (n°168 della Società Belga) sia dotato di presa di corrente ad asta e rotella, utilizzata a Torino fino al 1991, mentre il tram che proviene da via Pietro Micca (n°42 della SAEAI, antesignana dell’ATM -oggi GTT) é dotato di presa di corrente ad archetto, impiegato a Torino fino al 1925 circa.L’asta del tram della Belga sta passando proprio sotto gli incroci aerei delle linee di contatto delle due diverse società, con i sezionamenti che isolavano le due reti aeree.”

Nel 1904 c’erano due società, entrambe private, che operavano servizi di trasporto pubblico in una torino di ben altre dimensioni rispetto ad oggi (tra i 300 e i 400.000 abitanti) ed avevano addirittura due reti differenti e non interscambiabili.

Consigliato a chi “senza lo stato non ci sono servizi pubblici” oppure “le reti sono beni comuni e devono essere statali”.

Aggiungo a margine la cronostoria dei primi anni del servizio pubblico locale Torinese:

1897 costituzione della terza Società privata “Alta Italia”e accorpamento della gestione delle altre due (“La Belga”).

1898: inizio servizio delle prime linee elettrificate (linea dei Viali Belga e linea 3 Alta Italia).

1900 : massima estensione della rete “Belga” (17 linee) e della rete “Alta Italia” (7 linee), per un totale di 80 km di binario.

1904: inizio elettrificazione della rete intercomunale (TorinoTrofarello)

1907 costituzione dell’Azienda Tranvie Municipali, con le prime 7 linee riscattate dalla soc. “Alta Italia”

1915: massimo sviluppo della rete ATM con 15 linee in concorrenza con le 17 linee private

1915 : scoppio della Grande Guerra e inizio periodo di crisi

1922: riscatto delle reti private urbane da parte del Comune di Torino e subentro totale dell’ATM. La Soc. “Belga” rimane confinata ad alcune linee intercomunali (tra cui la Torino-Chivasso) e alla funicolare Sassi-Superga.

Domenico.

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11 thoughts on “Once upon a time in una Torino più libera…

  1. Io credo che l’intervento statale, se ponderato e tendente all’efficienza, sia molto prezioso e sia addirittura richiesto dalla natura stessa di molti beni, i quali difficilmente potrebbero essere oculatamente gestiti da soggetti privati; o meglio, ciò potrebbe benissimo accadere, ma credo che si creerebbero delle forti diseguaglianze sociali, e credo che il sociale sia l’aspetto di primo interesse di cui la politica dovrebbe avere cura.

      • Preciso meglio perché è un blog e non siamo davanti a un mojito. Sulla base di quali considerazioni dovremmo distinguere tra “i beni che lasciamo ai privati” e “quelli che si prende il pubblico perché altrimenti si creerebbero forti disuguaglianze sociali” ? Come vedi il caso del pane ed in generale dei cibi è strano. Un bene di necessità la cui produzione viene lasciata ai privati e va benissimo così. Perché per il trasporto invece si pensa che non vada bene?

        Secondo problema. Tu dici che vuoi un intervento pubblico “ponderato e tendente all’efficienza” ma purtroppo teoria e riscontri empirici remano contro questa tua intenzione. L’intervento pubblico non è quasi mai “ponderato,” anzi tende a allargare le sue competenze specialmente quando fallisce (pensa al caso della SEC, l’ente che dovrebbe vigilare su banche e borse, dopo il crack del 2008 in America) e non è quasi mai efficiente perché mancano gli incentivi perché lo sia (meccanismo dei profitti/perdite)

        Ciauz,
        Marco

      • Perché non è un bene pubblico puro e quindi, come tale, può essere allocato più o meno efficientemente dalle logiche di mercato. premetto che io amo definirmi un liberale keynesiano, motivo per cui approvo un intervento statale, quando richiesto e necessario, sotto forma di aiuto agli indigenti (esempio mense pubbliche per i più poveri), che rendano meno profonde le differenze implicite nel sistema di mercato tradizionale

  2. Chiedo scusa ma non avevo letto la seconda parte del commendo, motivo per cui rispondo ora. Premesso che l’esempio del trasporto pubblico costituisce una piccola fetta di una torta che in realtà è assai più grande. sono molti ed eterogenei gli aspetti della quotidianità che meritano tutela pubblica e garanzia di accesso per i cittadini. Un esempio ben più esplicativo di ciò che intendo può essere quello della sanità, alla quale credo tutti debbano poter accedere. ora vorrei però portare ad esempio un paradosso, in maniera certo provocatoria: pensiamo al caso della giustizia, un servizio pubblico che lo Stato fornisce ai cittadini. Esso costituisce un’eccezione al perfetto radicamento del liberismo o forse sarebbe auspicabile una privatizzazione del sistema giudiziario? L’ultima ipotesi è, oltre che impossibile, assai curiosa. porta con la mente ad antichi tempi in cui la giustizia era un affare privato, con profonde conseguenze sul tessuto sociale.
    Ribadisco: pane, trasporti, sanità, giustizia sono solo facce di una figura geometrica multiforme, ma nonostante ciò io credo che non si debbano sottovalutare gli impatti che le singole facce possono avere sulla quotidianità della società.

    • Ti rispondo a “capitoli”

      – Bene pubblico puro
      Stando alle definizioni si parla di bene “non rivale” e “non escludibile”. Il cibo, così come i trasporti, l’istruzione, la sanità, la giustizia, etc. sono tutti beni rivali ed escludibili. Un esempio di bene pubblico puro è la difesa nazionale.

      Quindi in questi casi il criterio per stabilire che cosa viene offerto dal pubblico a carico del contribuente e cosa no è squisitamente politico. Il pane viene lasciato ai privati mentre il trasporto urbano è in mano a società pubbliche.

      – Aiuto agli indigenti
      Bisogna fare attenzione. Mentre forme di “safety net” temporanee possono costituire una buona salvaguardia contro difficoltà impreviste ed imprevedibili (penso ad es. al terremo in Emilia ma anche alla perdita improvvisa del lavoro), quando queste si trasformano in forme di assistenzialismo “di lungo termine” provocano incentivi distorti: istituire ad esempio un “reddito di cittadinanza” per tutti coloro i quali non trovano lavoro, per quanto possa sembrare “geniale” a chi lo propone, va a creare forti disincentivi per i disoccupati a cercarsi e accettare un’occupazione. Es. se mi paghi 500€ al mese quando non ho lavoro, difficilmente accetterò di lavorare per 800€/1000€ mensili (che per l’azienda fanno 2000€ lordi) e questo significa meno “valore” creato e più peso sulle spalle dei contibuenti.

      Sulla “torta” della spesa pubblica
      Teniamo presente sempre che il denaro pubblico non eiste, tutto quanto speso dallo Stato proviene dalle tasche dei contribuenti. E’ infatti un reddito tassato oppure si tratta di denaro prelevato dal circuito del credito e che quindi non è disponibile alle aziende per investire. Inoltre, una volta nelle mani dei burocrati/politici, difficilmente viene speso con criteri di efficienza ma spesso e volentieri segue altre “logiche” che sono quelle della ricerca del consenso politico e dell’ampliamento del potere (e più denaro speso equivale a più potere).
      In sintesi se vai a guardare ogni caso, troverai sempre qualche situazione che “meriterebbe” una qualche tutela pubblica ma questa implica sempre un costo – non esistono i pasti gratis – e qualcuno lo deve pagare. Siccome poi più cose vengono intermediate dal pubblico, più nascono opportunità di corruzione, allora è meglio “andarci piano” e usare il denaro del contribuente per le cose davvero importanti.

      Giustizia
      In realtà la storia del diritto e della giustizia non è esattamente dalla tua parte 🙂 ma cmq cerco di essere pragmatico e parlare della situazione odierna. Già oggi esistono tanti ambiti dove due privati possono mettersi d’accordo per nominare una terza persona, che non è un giudice pubblico, a giudicare una controversia: si tratta degli arbitrati. Anche lo stesso istituto della mediazione civile va nel senso di “alleggerire” i tribunali dal loro carico di lavoro. Insomma le alternative non sono “tutte le controversie giudicate da un tribunale pubblico” e “giustizia privata fatta a colpi di Ak-47”.

      Conclusione
      Il governo italiano spende quasi 800 miliardi di euro l’anno e negli ultimi 12 anni, quelli in cui la vulgata popolare dice che sono stati smantellati tutti “i servizi” la spesa è aumentata in media di 25/30 miliardi l’anno (era di 550 miliardi nel 2001). Anche in termini di “potere d’acquisto” e di “quota sul prodotto nazionale” la spesa è sempre aumentata.

      Ora, se ti dichiari keynesiano, probabilmente sosterrai che in tempo di crisi la spesa pubblica va aumentata e non diminuita (ma credo/spero che quella che hai usato sia più un’etichetta per dire “non voglio tagliare tutto” che un’affermazione di principio) ma mi pare che il groppone sulle spalle dei ceti produttivi sia oramai insostenibile (abbiam tasse più alte della Svezia!) e per diminuirlo, la spesa va tagliata. Quanto e con quali criteri è un altro paio di maniche.

      MArco

  3. Aggiungiamo che la concorrenza nei servizi pubblici viene incontro, anche per una sorta di eterogenesi dei fini, ai bisogni del cittadino.
    Per rimanere nel caso specifico delle società tramviarie operanti a Torino ad inizio secolo quando fu fondata l’ATM via Cernaia era già occupata dalle linee della Soc. Belga, di conseguenza si procedette con l’installazione di una nuova linea in via Bertola per il collegamento tra il centro e Porta Susa.
    Non appena, per delibera municipale, l’ATM subentrò alla Belga questa seconda linea fu chiusa.
    Morale: il monopolio pubblico oltre a non essere utile, non trattandosi di beni comuni come già spiegato da Marco, è anche dannoso per il consumatore di cui dovrebbe garantire i “diritti”.

    Domenico.

    • Cerco di rispondere a entrambi nel maniera più sintetica che mi riesca. Per quanto riguarda Domenico e il discorso sui trasporti pubblici sono perfettamente d’accordo, D’altronde basta gettare uno sguardo alle recenti vicende ferroviarie per capire come l’ingresso di capitali e interessi privati possa portare beneficio all’intero mercato. Probabilmente non mi sono espresso bene e per questo faccio mea culpa, o meglio credo si sia preso subito il largo rispetto all’argomento trattato nel testo a monte.
      Per quanto riguarda marco: la speranza lasciamola ai disperati che ne hanno maggiori necessità rispetto a noi:) confermo che la mia affermazione riguardo Keynes sia di principio e non di etichetta. Ciò non perché io sia un sostenitore ardito della continua espansione della spesa pubblica. Chi conosce e applica correttamente Keynes sa bene che la spesa pubblica, benché vada aumentata in tempi di crisi per sostenere l’aggregato, vada ridotta in periodi di espansione al fine di poter “rientrare” delle spese sostenute in precedenza (che poi non venga applicata correttamente è un altro paio di maniche, ma in fondo nessuna teoria trova perfetta applicazione nella pratica). Ciò non significa essere miopi! Keynes presenta dei punti forti nel breve periodo, mentre nel lungo periodo lascia invariate le distorsioni eventuali del mercato, motivo per cui suggerisco sempre ampiezza di vedute e commistioni teoriche (che per fortuna non mancano).
      Proseguendo, ribadisco i miei complimenti per la vostra preparazione; credo anche, però, che più o meno tutti noi si sia portato a termine un corso (per quanto semplice e fondamentale) di economia, quindi eviterei di dilungarmi in spiegazioni teoriche e talvolta dogmatiche che rischiano soltanto di appesantire il testo per chi ha la fortuna/sfortuna di leggerci! In ogni caso ringrazio per tutte le preziose definizioni che sono state fornite. Per quanto riguarda il bene pubblico, se ci atteniamo strettamente ai vincoli della teoria, i beni che possiamo definire come pubblici puri sono scarsi; ma ci sono, credo, delle eccezioni curiose e la sanità e la giustizia ne sono 2 esempi lampanti: essi possono infatti essere, a seconda dei casi, beni privati puri (il consulto del medico privato) e beni pubblici, dato che spesso l’escludibilità è di difficile applicazione (si ricevono cure mediche anche se non si pagano le tasse!). In ogni caso credo sensato estendere il concetto di bene pubblico, in chiave più politica che economica, a tutti quei beni e servizi che presentato una rilevanza particolare ai fini del benessere sociale (non economicamente inteso). La sanità e la giustizia rientrano in queste categorie, secondo un processo inclusivo che non è politico, ma dettato dal buon senso.
      Per quanto riguarda il tuo esempio sulle politiche passive del lavoro, sappiamo che essi hanno l’effetto di aumentare il salario di riserva, motivo per cui sono previsti limiti temporali e di requisiti alla loro applicazione. Detto questo, non credo di dovermi dilungare ulteriormente su questo aspetto.
      Tu hai detto che se si guarda bene, ci sono un’infinità di casi per cui sarebbe necessario l’intervento dello Stato in aiuto dei cittadini; è vero, ma ciò non giustifica un disimpegno totale. In questo senso mi viene in soccorso la parabola del buon samaritano, secondo la quale il prossimo è sempre colui che ci è più vicino e per cui possiamo fare qualcosa. Ora, se ne adattiamo il significato al ruolo svolto dallo Stato, ci rendiamo conto di come esso, in quanto creazione umana (qualcuno potrebbe inorridire) abbia dei limiti, ma ciò non toglie che l’impegno debba essere massimo e teso al bene del maggior numero possibile di cittadini. Quale altro potrebbe essere lo scopo ultimo della vita in società, se non quello di soccorrersi l’un l’altro nel momento di bisogno? (si badi bene, non intendo diffondere fanatismo religioso in questo modo, è un semplice do ut des tanto caro al capitalismo tradizionalmente inteso).
      Hai fatto l’esempio dell’Italia e della sua spesa pubblica negli ultimi 10 anni: ottimo, ma credo sia riduttivo tacciare una teoria di infondatezza sulla base dello sciagurato esempio di un solo Stato. Nel mondo ve ne possono essere molti che operano in modo più virtuoso.
      Per quanto riguarda l’arbitrato (sulla storia del diritto non metto becco) hai ragione, può essere un aspetto di novità interessante del sistema giudiziario italiano. Però sai bene che il lodo non è equiparabile ad una sentenza, a meno che non venga validato da un giudice pubblico, quindi come puoi vedere la giustizia rimane pur sempre legata all’apparato statale.
      Detto questo, concludo sottolineando come io abbia avuto cura di definirmi liberale keynesiano, e non keynesiano tout court. Da ciò derivano importanti conseguenze che certamente mi accostano, in parte, al pensiero dei liberali in senso stretto, seppur con qualche piccola divergenza che, mi auguro, possa risultare utile e costruttiva 🙂

      • Ne parliamo meglio una volta a voce… ma toglimi due curiosità:

        a) te la sei letta la Teoria Generale?
        b) Credi davvero al moltiplicatore? 🙂

      • Volentieri, anche se non è propriamente il mio campo:) per soddisfare le tue due richieste invece:
        – conosco la Teoria Generale nei suoi contenuti fondamentali, ma non ho mai letto l’opera per intero
        – per quanto riguarda il moltiplicatore una risposta la fornisce Keynes stesso. egli infatti si concentra su un’economia chiusa, all’interno della quale fissa un dato ruolo/valore per il moltiplicatore. Ma in un’economia aperta il moltiplicatore perde parte della sua influenza. Ciò però non credo che sia un difetto della teoria di Keynes nello specifico, quanto piuttosto un ritardo di ogni teoria rispetto alla pratica. Per questo ribadisco la necessità della commistione tra le teorie. Ma credo, se non erro, che la stessa teoria keynesiana sia stata poi “puntellata” con assunti tipicamente neoclassici, no?:)

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