Rating: l’errore del prendersela col termometro

Il tiro al capro espiatorio sta diventando uno sport nazionale: ieri gli speculatori, oggi la Germania, domani l’austerità, dopodomani fantomatici complotti: tutto fa brodo pur di ritardare le dolorose decisioni che andrebbero prese, attaccando il reale flagello delle economie in più grave crisi, ovvero un debito pubblico fuori controllo.

In questo quadro, prendersela con le agenzie di rating è un evergreen, buono per tutte le stagioni. Ma è corretto scaricare la colpa di ogni male sulle “tre Sorelle”, Fitch, Moody’s e Standard & Poor’s?

L’impressione è che chi se la prende con le agenzie di rating sbagli completamente bersaglio. Finché si tratta di opinionisti e commentatori, si potrebbe forse evitare di curarsene; quando queste analisi producono proposte normative volte alla creazione di agenzie di rating pubbliche, è il caso di iniziare a preoccuparsi (il problema del “mercato” del rating è proprio che non è un mercato, nel senso che l’attuale oligopolio è il risultato di decisioni delle autorità americane negli anni ’70: occorrerebbe dunque lasciare libero campo alla concorrenza, altro che passare al monopolio pubblico); ma quando, come di recente, nascono – e ahimé procedono – iniziative giudiziarie contro le agenzie, come quelle di cui abbiamo letto ancora in questi giorni, allora è il caso di lanciare un allarme.

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