Tagliare la spesa pubblica è recessivo nel breve periodo? Chi se ne frega

Tagliare la spesa pubblica in termini assoluti nel breve periodo è recessivo, lo sanno tutti. Lo avete studiato a scuola, nei corsi di macroeconomia, lo sentite ripetere tutti i santi giorni dalle pagine dei giornali, agli editoriali degli economisti più in voga sino ai post dei blogger che aspirano al ruolo di guru dell’economia.

È un fatto incontestabile e nessun economista “sano di mente” si sognerebbe mai di negarlo. Ripetiamolo tutti insieme come un mantra: “tagliare la spesa pubblica, qualsiasi spesa pubblica, nel breve periodo è recessivo”.

Volete una dimostrazione matematica? Ve la do, è semplicissima

Il Pil, quello che misuriamo per determinare quanto un paese è ricco (livello assoluto) e quanto sta crescendo (variazione percentuale rispetto all’anno precedente) viene calcolato sommando quelle che sono le varia macro-categorie di spesa che lo compongono.

Si ottiene una relazione di questo tipo:

Y (il PIL) = C (consumi privati) + I (Investimenti privati) + G (spesa pubblica) + X (esportazioni) – M (importazioni)

L’economista sano di mente vi dice che nel breve periodo, se diminuiamo la spesa pubblica (G), allora la somma totale (Y) diminuirà anch’essa perché le altre variabili subiranno un aggiustamento che però richiede del tempo e quindi nel breve periodo si possono considerare costanti.

L’idea è quindi che poiché siamo in recessione, tagliare la spesa pubblica in termini assoluti è un abominio perché va ad aggravare una situazione già critica.

La mia risposta è chi se ne frega. Ora vi spiego il perché.

Leggiamo allegramente sui giornale…

È l’archivio delle polemiche quello che a Catania infiamma gli animi. In tempi di vacche magre, costa 240 mila euro all’anno. Uno stabile ancora inutilizzato in via San Giuseppe La Rena 71-73.

Incassavano tremila euro al mese, 750 ciascuno. Tre sorelle e un fratello, invalidi per l’Inps, di certo non soffrivano la crisi: godevano tutti di un’immeritata pensione. Tra il 2009 e il 2012, avevano intascato oltre 150 mila euro, in totale. Per una grave malattia, ereditaria quanto immaginaria.

Alla voce «Indennità di carica e rimborsi spese al Presidente dell’Autorità portuale» il bilancio consuntivo 2011 segna uno stipendio iniziale di 200 mila euro, una variazione superiore di 120 mila, e una cifra finale complessiva di 320 mila euro.

Sono tantissime le storie come queste, dai forestali calabresi al finanziamento ai partiti, dallo stenografo del Senato ai super stipendi dei dirigenti pubblici. Ogni taglio, qualsiasi taglio, secondo il ragionamento degli economisti sani di mente, è recessivo, così come ogni spesa, qualsiasi spesa, è espansiva.

La logica macro che porta a queste affermazioni fa palesemente a cazzotti con il buonsenso, il quale ci dice che sprecare denaro pubblico non può far bene all’economia e quindi tagliare queste spese non può essere un male.

Quando la teoria ci fa dire sciocchezze allora ne deve conseguire che la teoria è sbagliata. Vediamo il perché.

L’origine della relazione Y = C + I + G + X – N deriva dal cosiddetto diagramma di flusso circolare del reddito. Ogni qual volta spendiamo dei soldi (ad es. 100€ per una cena al ristorante) generiamo un reddito per qualcuno (i 100€ per il ristoratore). In pratica ogni spesa è anche un reddito e tutti i redditi sono stati spese per qualcun altro.

Si tratta di una semplice identità contabile (dei soldi passano di mano in corrispondenza di una vendita di beni o servizi) ma per qualcuno ha assunto una forte valenza causale. Se spendiamo 100€, si dice, generiamo reddito, che poi si trasformerà in ulteriore spesa, quindi altri redditi e cosi via, in un circolo virtuoso.

I 100€ spesi inizialmente daranno vita, lungo il loro cammino, ad una “scia” di spese (e quindi redditi) ulteriori che ne moltiplicheranno il valore. Ma tutto questo l’avete già studiato a macroeconomia, no? Prima di proseguire con il ragionamento, una storiella riepilogativa.

Keynes e Krugman vanno a passeggio. Improvvisamente vedono per terra diversi escrementi di colombi.

Keynes dice a Krugman: “Ti do 20.000 dollari se ne mangi uno”

Krugman ci pensa un po’ su e poi, dal momento che voleva cambiare la macchina, si china e schifato se ne mangia uno.

I due proseguono la passeggiata e dopo un po’ incontrano nuovamente dei marciapiedi sporcati da altri escrementi. Krugman dice a Keynes: “Caro Maynard, se ora ne mangi uno tu, ti restituisco i 20000 dollari.”

Keynes, che non immaginava Krugman avrebbe mai e poi mai mangiato degli escrementi e si era pentito di aver perso quei soldi, approfitta dell’opportunità al volo e si mangia anche lui un escremento di colombo.

A quel punto Krugman dice a Keynes: “Abbiamo mangiato degli escrementi animali per poi avere gli stessi soldi di partenza”.

Keynes risponde: “Certo, ma così facendo abbiamo portato 40000 dollari di stimolo al prodotto interno lordo”.

Il ragionamento “macro” fa proprio questo, ignora totalmente la qualità della spesa. 10 miliardi di euro spesi per bombe atomiche sono equivalenti a 10 miliardi spesi per assumere guide alpine in Puglia oppure per equipaggiare al meglio gli ospedali, per ricostruire case e industrie danneggiate dal terremoto e a 10 miliardi di investimenti privati in attività produttive.

Non conta dove viene speso il denaro, basta spenderlo. Anzi bisogna spenderlo, altrimenti non si cresce, e qualsiasi taglio è un male.

Non è l’unico problema del ragionamento “macro”. Quando si dice che ogni spesa pubblica diventa un reddito si tralascia un fatto fondamentale ovvero non ci si chiede da dove provengono i soldi che sono andati a finanziarla.

Se arrivano dalle tasse allora possiamo dire che la spesa pubblica era un reddito che ora non c’è più, se sono invece frutto dell’emissione di titoli di debito allora provengono da un reddito futuro che non ci sarà mai (sono promesse su tasse future) e hanno preso il posto di un investimento privato che non verrà fatto (all’impresa il credito è stato negato perché i soldi sono finiti in acquisti di btp).

Anche questo fa parte del flusso circolare del reddito, nella sua parte invisibile.

In conclusione il denaro pubblico non esiste, c’è solo denaro del contribuente e quindi va amministrato con saggezza perché ogni euro di spesa pubblica è un euro di reddito in meno per chi se lo era guadagnato in attività produttive oppure un euro di credito in meno per le imprese.

Se quindi qualcuno scrive che tagliare la spesa pubblica è recessivo la prima risposta che si merita è “chi se ne frega”. La seconda è che i forestali calabresi se li mantenga lui allora, dopotutto ogni sua spesa è anche un reddito.

Bastiat Contrario

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5 thoughts on “Tagliare la spesa pubblica è recessivo nel breve periodo? Chi se ne frega

  1. Pingback: Anonimo

  2. Siamo d’accordo che lo stato sperpera, il problema non è tanto economico ma politico, chi può far diminuire la spesa pubblica ?
    Non questa classe dirigente che sia di XCD, di CSX che tecnica.
    A questo punto serve o il collasso del sistema o una rivoluzione.

  3. La spiegazione che viene data del fatto che il taglio della spesa è recessivo mi pare inadeguata: quella definizione di PIL non è una “semplice identità contabile” perchè i maggiori consumi generati dalla spesa pubblica devono corrispondere ad una maggiore produzione (ovviamente!) e la maggiore produzione implica una maggiore occupazione, quindi nel complesso si genera un maggiore benessere diffuso. Del resto quello che viene fatto con la spesa pubblica è semplicemente redistribuire denaro che altrimenti tenderebbe a concentrarsi nelle mani di pochi producendo una situazione non ottimale per l’economia e il benessere collettivo.

  4. Pingback: La convention Democratica, brevi considerazioni - Pagina 2

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