Come creare un blog che parla di economia e ottenere un sacco di visite?

È tutta questione di marketing

Anche per i blog il marketing è molto importante, sapersi vendere bene e attirare quella fascia di “consumatori” a cui si mira è un compito tutt’altro che facile. Ma seguendo alcune semplici regole non è un’impresa poi così impossibile. Basta scegliere il giusto “segmento di mercato” e sapere quali tasti premere.

Ad esempio, specialmente in Italia, vi è un vasto pubblico di internauti che nutre un profondo odio per la cosiddetta economia di mercato, che ritengono lo stato essere il mezzo supremo per “correggere” gli errori di una società che non premia (quelli che loro considerano) i meritevoli e che usa la rete per formarsi opinioni ma soprattutto per cercare conferme alle idee che già ha. Come fare per conquistare “il click” di questo vasto pubblico e far diventare il proprio blog popolare su Facebook e Twitter? È molto semplice.

1) Un nome ad effetto

Il titolo del blog è probabilmente la parte più importante per catturare il proprio pubblico. Fare quindi riferimento a qualcuno/qualcosa di famoso può essere il metodo più semplice per fare pubblicità del nostro spazio virtuale e contemporaneamente comunicare le nostre idee. Facciamo però attenzione: se da una parte intitolare il blog a Milton Friedman potrebbe irritare il pubblico che cerchiamo di coinvolgere, dall’altra richiamarsi direttamente a Marx potrebbe spaventare chi si ritiene più moderato e meno schierato ideologicamente.

Meglio optare per qualche personaggio molto famoso e dalle idee “affini a quelle del nostro pubblico” ma che allo stesso tempo abbia la fame di essere una persona preparata, rispettabile e soprattutto moderata. John Maynard Keynes fa al caso nostro.

Ora che abbiamo il nome del blog, non resta che scrivere un articolo.

2) L’importanza del titolo

Inventiamoci un titolo che magari c’entra poco o nulla con quello che intendiamo scrivere ma in compenso utilizza parole chiave facilmente recepite dal target a cui facciamo riferimento. È poi importantissimo che sia scritto “come un post di Twitter” in modo da facilitarne la diffusione.

Facciamo un esempio: abbiamo per le mani un post che fa un po’ il riassunto degli ultimi editoriali anti “austerity” di Krugman. Che titolo scegliere?

La prima domanda da porsi è “che cosa si aspetta di leggere il mio target di lettori?”. Beh, è facile. Vogliono sentirsi dire che tagliare la spesa fa male all’economia, che i tagli si concentrano sullo stato sociale e che magari è tutto un complotto proprio per smantellarlo. Perfetto. Abbiamo le parole chiave: “austerità, smantellare, stato sociale, scopo”. Basta metterle assieme, così:

Il vero scopo delle politiche di austerità: smantellare lo stato sociale

È perfetto per Twitter e garantisce una buona percentuale di retweet da tutti quelli che cercano di argomentare questa tesi, ma sono troppo pigri per controllare se il pezzo effettivamente lo faccia o meno. Ora hanno in mano un link da spammare su tutti i siti dei fanatici liberisti e mostrar loro che l’austerity è solo una scusa per distruggere lo stato sociale. Lo dice quel blog!

Veniamo ora al post vero e proprio. Abbiamo catturato una buona mandria di lettori con la trappola del titolo. Cosa fare con quelli che poi si mettono a leggere veramente l’articolo? Basta, anche qui, utilizzare alcune tecniche collaudate.

3) Ipse dixit

Non c’è niente di meglio che citare un autore conosciuto e ritenuto un’autorità nel suo campo, ci evita di dover giustificare quello che si affermerà in seguito. Ad esempio potremmo iniziare così:

«Si fa sempre più duro il giudizio di Paul Krugman su come i governi occidentali stanno gestendo la crisi. Si può ripetere fino all’ossessione che le politiche di contenimento della spesa pubblica dovrebbero trovar spazio in periodi di espansione – e non di recessione, come già ricordato da Keynes – ma il messaggio sembra non arrivare».

3) Presentare puttanate come ovvietà usando il latinorum

Bisogna poi fare attenzione a quello che si scrive, perché le puttanate rimangono tali anche in bocca ai premi Nobel o ai loro semplici cantori. Come presentarle al lettore facendo in modo che quest’ultimo le recepisca come ovvietà banali che non richiedono dimostrazione? Semplicissimo, basta usare il latinorum o, se preferite, un linguaggio ambiguo e semiprofessionale che fa molto chic ed è comprensibile solo da chi conosce la materia, cioè quelli che il nostro blog non lo leggeranno mai.

«Sembra di parlare al vento quando si ripete che il bilancio di uno Stato, e dunque il debito,  non è la stessa cosa che il bilancio di una famiglia; che quello del sistema economico nel suo complesso è un “circuito” i cui si corrispondono flussi di produzione, reddito e spesa; che ogni sottrazione di risorse dal circuito (vale a dire, ogni risparmio) deprime la “portata” del sistema e ne segna il processo di impoverimento».

Bisogna però fare attenzione e non scrivere la puttanata grossa e in linguaggio troppo chiaro come si è fatto qui (è in grassetto). C’era bisogno di quella parentesi? Si corre infatti il rischio che al lettore si accenda la lampadina: “che cosa vuol dire che ogni risparmio è un impoverimento?

In questi casi urge svicolare e cambiare discorso, magari facendo ricorso alla prossima tecnica.

4) Lo dicono i numeri!

Portare i dati a supporto delle proprie affermazioni le rende sicuramente molto più autorevoli. Anche un grafico molto ambiguo può fare la differenza, in certi casi. E se i “fatti” non ci sono? Niente paura, l’importante è dire che si fa riferimento ai dati, presentare una storia “verosimile,” o comunque facente parte della vulgata classica, senza riportare fonti né numeri, tanto il nostro target di pubblico cerca conferme, non andrà sicuramente a verificare.

«E comunque, se proprio si vuole toccare con mano la realtà dei fatti, basta dare un’occhiata a quelle economie meno statalizzate e tanto decantate prima della crisi, come l’Irlanda, che hanno reagito nel peggiore dei modi».

Nessun grafico, nessun numero, tanto non servono. Tanto lo sanno tutti come ha reagito l’Irlanda dopo la crisi, tagliando lo stato sociale e facendo precipitare l’economia, no?

Se  vogliamo estendere l’analisi al 2011, la spesa è scesa poi al 121% del 2005 in termini reali, e il Pil è praticamente rimasto stabile (è cresciuto di pochissimo). Certo questo non è esattamente il tipo di grafico che vi aspettereste per l’affermazione di prima ma, dopotutto, nell’articolo non c’era, mentre la pretesa di autorevolezza sì e quindi molto probabilmente, dopo aver letto il post, sareste stati convinti che l’Irlanda era un esempio di austerity europea.

A questo punto non può che arrivare…

5) La sparata spudorata

Ancora forti del sostegno (presunto) dei numeri, possiamo a questo punto presentare il tema oggetto del titolo dell’articolo, corredandolo di affermazioni forti e totalmente autoreferenziali (così è perché ve l’abbiamo detto noi, qui oppure altrove!).

«Politiche di austerità forti, come quella messa in atto dal Regno Unito, avvengono sull’onda di una strumentalizzazione del “panico da debito” , mirando in realtà a smantellare l’architettura dello stato sociale, proprio come sta avvenendo negli Stati Uniti».

A questo punto i “nostri affezionati lettori” sono probabilmente già con la salivazione a pieno regime: abbiamo appena fatto suona la campanella “Stati Uniti” associandola allo smantellamento dello stato sociale. Mai e poi mai andranno a controllare se è vero…

Ad esempio, le politiche di austerità forti in Regno Unito… saranno costituite da tagli draconiani alla spesa, magari quella sociale?

Nada… la spesa pubblica è aumentata in termini reali e quella per il welfare pure… e gli Stati Uniti?

Stessa storia. Però abbiamo conseguito una posizione di vantaggio. Se,infatti, qualcuno vorrà criticare la nostra affermazione, dovrà perdere tempo per cercare lui stesso i dati e presentarli in contrasto alle tesi che abbiamo scritto. A quel punto basterà inventarsi qualche obiezione per rigettarli, magari accusando di manipolazione e malafede chi li ha presentati.

Inoltre, come per magia, l’onere della prova è stato trasferito da chi ha fatto inizialmente l’affermazione “le politiche di austerità smantellano lo stato sociale” a chi la vuole contestare. È o non è una tecnica meravigliosa?

Infine…

6) Conclusione “complottista

Non vi è miglior finale, per trattenere i lettori presso il proprio blog, che quello in cui si lascia intravedere, pur senza nominarlo direttamente, un “piano” segreto messo in atto dalle autorità a danno della popolazione.

«E sembra allora lecito per Krugman concludere che il cosiddetto “piano B” – di cui si parla di fronte all’evidente fallimento delle politiche di austerità – conterrà ben poche misure di intervento della mano pubblica. Perché la verità è una sola: la ripresa dell’economia non è il focus delle politiche attualmente perseguite, e l’austerità sottende un uso strumentale della crisi economica».

Quell’ultima frase è fondamentale. Lasciamo intendere che basterebbe seguire le ricette riportate negli altri post del nostro blog (quindi correte a leggerle!) per far cessare subito la crisi e riportare la crescita economica (lo dice anche il nuovo libro di Krugman!) ma le autorità non vogliono farlo.

Come lo si spiega? Evidentemente – e qui non serve essere precisi ma basta lasciarne intravedere la possibilità – c’è qualcosa sotto, ma il messaggio che lasciamo al lettore è che noi ce ne siamo accorti e saremo in prima linea a smascherare il complotto. Quindi, cari lettori, rimanete collegati!

***

Ovviamente il sito Keynesblog non è mio ma di Guido Iodice e Daniela Palma, quindi tutte gli usi del “noi” sono da intendere come una sorta di finzione scenica. Sono sicuro che gli autori di quel blog sono profondamente convinti di quello che scrivono. Non so se questo sia un bene o un male.

Bastiat Contrario

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6 thoughts on “Come creare un blog che parla di economia e ottenere un sacco di visite?

  1. Ma ad esempio …i grafici in alto, per la spesa pubblica, non tengono conto dell’inflazione? E poi? che spese vengono prese in considerzione? Spese militari? Spese per coprire i buchi delle banche? E la parte destinata al welafare non comprende il fisiologico incremento inflattivo? E fare un confronto in un lasso temnporale più ampio? Ah imbroglioni di liberali……

    • “Però abbiamo conseguito una posizione di vantaggio. Infatti se qualcuno vorrà criticare la nostra affermazione, dovrà perdere tempo per cercare lui stesso i dati e presentarli in contrasto alle tesi che abbiamo scritto. A quel punto basterà inventarsi qualche obiezione per rigettarli, magari accusando di manipolazione e malafede chi li ha presentati.”

      Quod erat demonstrandum 🙂 Uno la spara grossa sull’Irlanda che ha reagito alla crisi (2008) diminuendo la spesa, si mette un grafico di spesa al netto dell’inflazione (real spending) dove questa sale al 180% dei livelli del 2005 ed ecco le obiezioni previste nell’articolo stesso 🙂

      • ahahahahah l’Alfredo non si smentisce!!! tipico comportamento del keynesiano standard.

  2. All’origine del debito pubblico non vi è la spesa pubblica, poiché tutto il denaro speso dallo Stato torna allo Stato per mezzo della tassazione, ma vi sono due fattori precisi: uno è che lo Stato non ha sovranità monetaria, quindi prende i soldi in prestito, l’altro è che un fiume di denaro finisce all’estero dove non potrà essere tassato. La Bce, come la Banca d’Italia Spa, sono banche private, che appartengono ad altre banche private, non agli Stati, quindi creano denaro (di loro proprietà) e lo prestano alle altre banche e queste lo prestano agli Stati. Qualcuno chiama questa situazione illogica “Signoraggio primario”. Poi vi sono le banche ordinarie che creano denaro “bancario” (assegni, carte di credito, bonifici, mutui, ecc,)sfruttando il “moltiplicatore bancario” per importi molto superiori ai depositi ricevuti. Questo è definito anche come “Signoraggio secondario”. Quanti cittadini con diritto di voto lo sapevano ?? Credo ben pochi !! Questa situazione, illogica, comporta che una Nazione deve per forza avere una solida industria produttiva (Germania , Cina) che esporta prodotti finiti in tutto il mondo e incassa denaro (Euro o Dollari), allora la Nazione si arricchisce (avanzo primario). Se invece la Nazione importa i prodotti che consuma si indebita (Grecia, Spagna, Portogallo, Italia) dato che i soldi che vanno all’estero sfuggono alla tassazione, lo Stato non li potrà recuperare e diventano debito pubblico (disavanzo primario). Spero che sia tutto chiaro !!

  3. adesso va di moda la guerra dei blog…..uno apre un blog e subito dopo se ne vede un altro che sputtana il primo…….roba da matti…per capire quello che succede nel mondo basta aprire gli occhi…….il capitalismo e’ la legge della giungla, il piu ricco vince e sfrutta il piu povero….con i numeri si fa qualunque gioco, basta un po di fantasia e una calcolatrice ed ecco che il rapporto tra la mia altezza e il mio peso e’ la 15esima parte del raggio del satellite di GIOVE, sono un GIOVIANO ( si dice cosi?)………io avrei la soluzione : tutti a zappare la terra e poi si vede chi veramente merita di vivere………..

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