Supercazzola bene comune!

Oggi sono pessimista.

Non tanto perché l’economia sta andando male, lo spread è risalito (grande gufata di Monti in tal senso), una delle poche voci fuori dal coro probabilmente lascerà il suo programma alla radio e le vere riforme di cui il paese avrebbe bisogno sono rimaste nel cassetto.  Non si tratta di questo. Sono pessimista perché ho finalmente compreso che, se non cambiamo il modo di scrivere e argomentare, rimarremo una minoranza che urla nel deserto. Il nostro più grande difetto è scrivere in modo chiaro ed esprimere concetti facilmente comprensibili, come responsabilità individuale, libertà, etc.

Abbiamo sbagliato tutto!

La gente non vuole comprendere ma sognare, non vuole argomentazioni  semplici e precise ma fuffa iperbolica di cui non capirà nulla ma che potrà vagamente associare a ciò che ha già in testa. Vuole essere sedotta, non convinta.

Prendiamo ad esempio il caso del movimento per i beni comuni, che impazza su Internet e che aspira a proporre una visione alternativa dell’economia e della politica. Uno dei leader del movimento, il prof. Ugo Mattei, ha anche scritto un libro, “Beni comuni, un manifesto,” per illustrare le linee programmatiche del movimento.

Ma cosa sono questi beni comuni? Se volete la teoria scialba e semplice, potete aprire un testo introduttivo di economia oppure leggere qui. Non ci interessa.

Vediamo invece come il prof. Ugo Mattei, ospite alla trasmissione “Le Storie” di Corrado Augias, risponde alla stessa domanda (minuto 19):

«[I beni comuni sono] quei beni che producono utilità idonee a garantire i diritti fondamentali della persona nell’interesse anche delle generazioni future»

Non è una definizione stupenda? Vuol dire tutto e allo stesso tempo non vuol dire nulla! La genialità consiste nel proporre una posizione – io sono a favore dei beni comuni – e poi lasciare una definizione abbastanza vaga da permettere a chi ascolta di inserire ciò che gli sta più a cuore.

Lo rivela lo stesso Mattei, in un passo precedente (minuto 13:40):

«A me è capitato di andare in diversi luoghi, dire “bene comune” e ciascuno pensa alla sua battaglia [..] a Taranto [..] sono quelli con la diossina nelle vongole, in Val di Susa [..] il territorio e la Tav, al Teatro Valle di Roma “bene comune” diventa immediatamente una lotta per la cultura»

In realtà, secondo Mattei, non è importante definire i “beni comuni” ma mobilitarsi politicamente (minuto 20):

“in realtà oggi, secondo me, l’importanza di questa categoria non è tanto, ancora, giuridica quanto politica e di mobilitazione. L’idea di rivendicare “qualche cosa” come bene comune, nell’ambito di una lotta sociale, dà consapevolezza alle persone, produce cittadinanza attiva, quindi supera il modello del consumista passivo che si beve tutto quello raccontato dai media, ha in qualche modo una funzione di “civilizzazione” nel senso ampio della collettività. Io credo che questo sia molto importante”

Sì, certo, è importantissimo, fondamentale. Si riuscisse a capire cosa, sarebbe anche meglio, ma forse non è questo il punto. Se Mattei avesse spiegato che cosa sono i beni comuni e perché ritiene importante ampliarne il numero, potrebbe essere oggetto di apprezzamenti, o critiche, puntuali e circostanziate.

Ma così?

Non vorrete mica mettervi contro l’interesse delle generazioni future? Non vorrete mica impedire alla collettività di rivendicare “qualcosa” (e francamente non importa cosa) come bene comune e pertanto diventare cittadino attivo e consapevole?

Fa un po’ specie che a essere volutamente oscuro e ambiguo sia un professore universitario, il cui ruolo imporrebbe, al contrario, di utilizzare un linguaggio chiaro e facilmente comprensibile. La tecnica “vincente” prescrive invece di utilizzare “clausole ampie e parole ampollose e magnifiche” e fare un discorso complesso e arzigogolato in modo che:

  • Il pubblico non capisca assolutamente nulla se non alcune parole chiave accuratamente scelte.
  • Il pubblico si senta in una posizione di “inferiorità intellettuale” rispetto a chi parla.
  • Il discorso sia così vago e ambiguo da essere difficilmente criticabile.

Insomma, qualcosa a metà tra la supercazzola di Amici Miei e i discorsi del Bertinotti guzzantiano alla Dandini. Però, ripensandoci bene, io preferisco Machiavelli.

Contrordine, compagni! Continuiamo a scrivere in modo chiaro e divertiamoci insieme con le parole del prof. Ugo Mattei.

La cultura e l’istruzione, secondo il nostro professore, sono diritti fondamentali e sicuramente il suo libro produce “utilità idonee a garantirli.” C’è un problema. Il libro di Mattei è un “bene privato” venduto sul mercato e protetto da copyright.

Com’è possibile? Orrore! Rivendichiamolo come bene comune, eleveremo noi stessi, diventeremo cittadinanza attiva e supereremo il modello del consumatore passivo!

Vogliamo il libro di Mattei disponibile gratuitamente!

Bastiat contrario

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