Libertarismo: la nostra speranza

Sembra davvero inevitabile: l’Italia morirà di statalismo. Non è soltanto una questione di numeri o statistiche; è una questione di mentalità, di sottostrato culturale allo sbando e prono al parassitismo politico, stimolato da una delle creazioni più sofisticate della statualità moderna, ovvero il welfare state. Sempre alla ricerca di un pezzo di torta tributaria, come ha correttamente osservato Pietro Monsurrò, oramai, l’italiano medio, è parte inconsapevole di un meccanismo inumano che lo spinge a disattendere le regole basilari della convivenza civile, tra cui il rispetto delle proprietà e la non ingerenza negli affari altrui, in una escalation Hobbesiana inarrestabile, la guerra legale di tutti contro tuttidi leoniana memoria.

Come si può credere che una tale situazione possa essere protratta indefinitamente? A furia di dare calci al barattolo, il giocattolo si romperà fragorosamente, mentre la maggior parte delle persone si chiederà come tutto ciò sia potuto accadere nell’indifferenza generale, probabilmente addossando le responsabilità a categorie già mediaticamente bistrattate e politicamente molto deboli.

I numeri, impietosi, sono lì a mostrarci il fallimento dell’interventismo modellatore, dello “stato agente” e riparatore della presunta inefficienza e “ingiustizia” del mercato, costituito da spietati imprenditori, sfruttatori per definizione. Citiamo gli indicatori più importanti della situazione attuale:

Tutto questo, però, non deve indurci alla depressione o a gesti di violenza sconsiderata verso il prossimo o verso noi stessi. Ci sono diversi motivi per cui è necessario, a mio parere in parte doveroso, essere ottimisti. Sono, essenzialmente, riconducibili a due argomenti: uno “scientifico” e l’altro “utilitaristico – morale”.

Conoscenza e Studio

I libertari austriaci, per certi versi, possono considerarsi fortunati; essi hanno a disposizione una teoria economica incredibilmente solida, faticosamente costruita in quasi 500 anni di storia, a partire dagli Scolastici di Salamanca. La Teoria Austriaca fornisce tutti gli strumenti necessari per un’analisi corretta e obiettiva delle politiche economiche e, più in generale, dell’intera scienza in questione. Essa può dirci quali saranno gli effetti di espansioni ex novo dell’offerta di moneta; quali le conseguenze di prezzi imposti e di politiche redistributive,etc. Essa, però, non può dirci con precisione quando e come le conseguenze delle scelte degli attori economici si manifesteranno nella realtà materiale: come ha notato Rockwell, questo è un lavoro da indovini, non da economisti; nella fattualità economica entrano in gioco decine e decine di variabili, spesso inaspettate, per cui presumere di conoscere perfettamente il futuro è tipica manifestazione della “presunzione di conoscenza” Hayekiana.

Ciò detto, sappiamo che l’epopea dell’insostenibile welfare state, finanziato attraverso un’imposizione fiscale inumana e il ricorso all’indebitamento perenne, accompagnati da una persistente e ineluttabile espansione dell’offerta monetaria, resa possibile dalle autorità bancarie centrali e dalla riserva frazionaria, volge al termine. Come Mises ha sottolineato, infatti:

“Non c’è modo di evitare il collasso finale di un boom indotto da un’espansione creditizia. 
La scelta è solo se la crisi debba avvenire prima come risultato dell’abbandono volontario di un’ulteriore espansione del credito o più tardi con la totale catastrofe del sistema monetario coinvolto”
.

Noi abbiamo la certezza che il sistema attuale è destinato a fallire. Non sappiamo, però, l’esatta manifestazione delle conseguenze di queste politiche. Ciò che sappiamo è che bisogna prepararsi ad affrontarle, nei limiti delle nostre possibilità. Questo vuol dire anche che il mercato non può essere ingannato per sempre, non si può pensare di farsi beffe indefinitamente degli attori economici, per quanto essi siano ormai assuefatti ad una statalizzazione sempre più forte dell’economia; interventismo chiama interventismo. Non all’infinito però.

Proprio per questo, dobbiamo imparare a maneggiare con grande dimestichezza gli strumenti metodologici della Scuola Austriaca, mettendo in luce le incongruità e le storture dell’attuale modello, destinato a scomparire (non senza aver lasciato una valanga di detriti). Questa conoscenza è in grado di conferirci serenità, seppure ciò non ci darà status particolari nei momenti più acuti della crisi. Ma non di solo pane vive l’uomo e, rispetto agli adepti di altre scuole economiche, noi abbiamo la certezza della conoscenza dalla nostra. Non è poco.

Che fare?

Ma cosa fare, in concreto, per facilitare l’avanzata del libertarismo? In un paese alla deriva, che senso ha continuare a sperare?

Senza dubbio, la situazione, per molte famiglie, è disperata; diventa sempre più difficile pianificare investimenti, possedere fonti di reddito sicure e godersi ciò che di buono la vita ha da offrirci. Probabilmente qualcuno obietterà che, in una situazione reale di carestia e povertà, non c’è conoscenza che tenga. Potrebbe essere così, ho la fortuna di non avere mai sperimentato una simile situazione.

Ma nonostante questo dobbiamo provare a resistere: dobbiamo trovare un rinnovato entusiasmo, lottare con insistenza contro lo statalismo più spietato ed oppressore e capire che il cambiamento più importante parte da noi stessi.

Come ricorda Jacob Huebert, infatti:

“Ciò che possiamo fare per l’avanzamento della libertà è lavorare, prima di tutto e soprattutto, sull’unica unità sociale che possiamo attualmente migliorare: noi stessi. Ognuno di noi può imparare di più sulla libertà, sulla storia, sulla scienza Austriaca. Possiamo provare a migliorare noi stessi in tutti i campi, in particolare nella scrittura e nella capacità oratoria, in modo da trasmettere ad altri le nostre conoscenze”.

Leonard Read aggiungerebbe:

“Una volta compreso che il modo migliore di far progredire la libertà è l’autoperfezionamento, la prima cosa da tenere in mente è che, il nostro, non è un problema numerico. Se fosse necessario convertire una maggioranza al libertarismo, la causa della libertà sarebbe del tutto senza speranza. Ogni movimento significativo storico è stato guidato da uno o pochi individui, a capo di una piccola minoranza di energici supporters. I capi venivano da strani ed improbabili posti; nessuno avrebbe predetto la loro ascesa. Uno, ricordo, nacque in una mangiatoia. Un altro, leader di un movimento malvagio, fu un tappezziere Austriaco”.

Un altro punto fondamentale riguarda l’approccio e il dialogo con il nostro interlocutore: non possiamo tediare ed angustiare anche chi non è interessato alle nostre idee; questo è un atteggiamento prettamente statalista, di “inclusione” forzata nel dialogo e nel gruppo che, secondo l’avviso di chi scrive, dovrebbe essere evitato sempre. Piuttosto, mantenendo sempre il rispetto anche per il più socialista dei nostri interlocutori, dobbiamo cercare di suscitare curiosità e, perché no, stima nelle nostre azioni ed opere; solo così possiamo sperare di ottenere un seguito vero, un seguito materialmente disinteressato ed intellettualmente entusiasta. Il libertarismo non agisce per “imporre”; agisce, prima facie, come forza “negativa”, come liberazione dall’imposizione altrui, pur sottolineando la capacità dell’essere umano di cooperare nell’organizzazione politico ed economica della quotidianità, in un contesto giuridico di rispetto della proprietà e della persona altrui.

Se tutto questo non vi convince, pensate all’unico personaggio politico in grado di entusiasmarci: Ron Paul. Qualcuno ha mai sentito Ron Paul di “piano” per “convertire” le masse? O di necessità di assecondare, almeno parzialmente, le richieste delle stesse? Il libertario texano non ha mai parlato di questo, piuttosto, attraverso la sua lunga carriera politica, si è dimostrato esempio di coerenza, integrità e conoscenza, attirando a sé sterminate folle di giovani (soprattutto) e meno giovani. Tutto ciò, nonostante la continua ostilità dei media verso di lui e le sue idee, nonostante le etichette spregiative affibiategli, nonostante le tattiche, talvolta anche illecite (brogli elettorali), per fermarne la prorompente ascesa.

Conclusioni

Le idee – come era solito affermare Rothbard – guidano il mondo, almeno sul lungo periodo. Il libertarismo è tipico delle persone a bassa preferenza temporale; non possiamo pretendere, dopo anni di statalismo spinto, di vedere concretizzati i nostri desideri nel breve periodo. Ma questo non deve far disperare: nessuno di noi sa con esattezza, cosa il futuro può riservare. Solo Dio può ciò. Noi, come pecore in mezzo ai lupi, cerchiamo di rendere più vivibile questo folle mondo statalista, di mostrare rispetto per tutto ciò che sprizza libertà, verità e saggezza, nella costante ricerca del miglioramento personale e del rispetto delle proprietà e della persona altrui. Ricordando sempre che, in fin dei conti, questa vita non è che un breve viaggio: l’importante, come scrive uno dei migliori blogger della rete, è lasciare il sassolino dalla parte giusta.

“Tu ne cede malis, sed contra audentior ito”.

– Luigi Pirri

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