Il pericoloso legalismo di Bruno Tinti

Riprendiamo una critica serrata a di Luigi Pirri al pensiero di Bruno Tinti, pubblicata su Riecho Economia e Libertà, 2 aprile 2012

Ciò che abbiamo visto venerdì scorso su Rai3, nella trasmissione Robinson (video), non è stato solo uno degli scontri, speriamo sempre meno sporadici, tra statalismo e libertarismo: abbiamo assistito a una battaglia tra due concezioni completamente antitetiche della realtà sociale, del diritto e, praticamente, dell’uomo stesso.

Innanzitutto qualche parola sull’atteggiamento dei presenti: Leonardo Facco, a volte anche un po’ umanamente sopra le righe (ma chi di noi riuscirebbe a mantenere le staffe in una situazione di accerchiamento del genere? Credo pochi); dall’altra, un nucleo compatto pro welfarismo, dai contorni statalis – populista, con a capo  l’ex magistrato Bruno Tinti, instancabile moralizzatore e pianificatore sociale, pronto, all’occorrenza, a dimostrare la “matematica” evasione dei lavoratori autonomi, in nome di una “legalità” che non può conoscere arretramento alcuno, pena lo “sconfinamento nella legge della giungla”.

Ma, citando uno che di libertà, libertà vera però, ne capisce, ovvero Carlo Lottieri, di quale legalità stiamo parlando? Senza volere rimandare il sig. Tinti allo studio dei giuristi antistatualisti (speriamo, almeno, conosca il pensiero di un grande maestro contemporaneo come Paolo Grossi), ci limitiamo a qualche breve considerazione sul formalismo esasperato che sembra ormai avere conquistato le menti e il cuore di tutti i politicanti italici.

La legalità, per Bruno Tinti, sembra non essere altro che la volontà del potere politico: esso non conosce resistenza alcuna, non ha nessun rispetto per la situazione concreta, tratta l’individuo come semplice ingranaggio di un’enorme e fredda macchina burocratica. Ne discende  la scomparsa della giustizia materiale: se tutto ciò che lo stato legifera è, per definizione, vincolante ed indiscutibile, allora che ne rimane della moralità, del tanto bistrattato buon senso, della Giustizia, della stessa realtà sociale? Come opporsi alla tirannia statuale? Non possiamo ovviamente scartare quest’evenienza, tenendo a mente l’intrinseca fallibilità umana (e il presupposto hobbesiano dell’esistenza stessa dell’ordine centralizzato) e gli innumerevoli episodi storici che corroborano tale possibilità. Affermare il contrario, vorrebbe dire conferire status divino ai rappresentanti del potere politico (il che, peraltro, sembra essere cosa abbastanza diffusa).

L’esempio delle leggi razziali, citato da Leonardo, esprime alla perfezione una simile problematica.

Il sogno (per noi incubo) di tutti i peggiori tiranni e tecnocrati è quello di trasformare i cittadini in sudditi – robots, senza nessuna capacità di discernimento, proni al volere statuale (cioè al potere politico) e avvezzi alla guerra legale del tutti contro tutti di leoniana memoria. Nelle menti di questi pianificatori, lo Stato rappresenta, hegelianamente, incarnazione terrena dello spirito oggettivo: infallibile, irresistibile, intrinsecamente razionale.

La protervia statalista formalista annebbia la capacità logica: non ci si rende conto che la realtà sociale non è immutabile e data, che l’economia privata non è un pozzo nero cui attingere, ma un delicato meccanismo umano incredibilmente agile ed efficiente. Come si può pensare che le Partite Iva rimangano lì, ferme e produttive, ad aspettare lo strozzinaggio perenne? Gli ultimi dati macro dimostrano un calo delle entrate, a dispetto della manovra tutta tasse del professor Monti. Questo, forse, dovrebbe suggerire qualcosa; speriamo ci siano ancora persone disposte a cogliere la verità.

Bruno Tinti sembra rappresentare, quindi, l’ennesimo esempio di mentalità anticapitalistica (cui Mises dedicò un mirabile libretto più di 50 anni fa), di disprezzo per la libertà e l’ordine sociale spontaneo, di pianificazione e mancanza di rispetto per i ceti produttivi. Ci pare davvero che tali burocrati, non contenti dei già gravosi oneri che impongono al contribuente medio che provvede al loro mantenimento ex lege, mostrino, in alcune occasioni, irriguardosa considerazione e nessuna riconoscenza per chi paga (sotto la minaccia dell’uso della forza) loro lo stipendio.

Il libertario sa, avendo recepito la lezione schmittiana e realista, che, nei momenti di eccezionale gravità ed emergenza, come quello attuale, lo stato mostra il suo vero volto: violenza, arroganza, degrado e voracità divengono  caratteristiche tipiche del suo modus agendi.

Ma siamo pronti: consci della vera natura statuale, ammiratori del mercato e dell’ordine spontaneo, consapevoli della genuinità dell’ordine economico liberale, aspettiamo, diligentemente, la rivincita libertaria, naturale conseguenza di un atteggiamento politico sempre più arrogante ed intrinsecamente ingiusto, nonché sconsideratamente oppressivo.

Ad maiora!

di Luigi Pirri,
contributor Riecho Economia e Libertà

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