Mal comune, mezzo gaudio?

Quanto è meravigliosa la parola redistribuzione? Nelle arringhe del riformatore sociale è il farmaco con cui guarire la società e portare, finalmente, la tanto agognata giustizia sociale, mentre nei sogni del privato cittadino è il modo in cui può finalmente ottenere la sua meritata porzione di ricchezza nazionale. Il ragionamento è frutto di una logica semplice e lineare: riducendo un poco le dimensioni delle fette più grosse della torta della produzione sarà possibile ingrandire le fette più piccole.

Come non si fa a non essere d’accordo con questa posizione? Come si possono avere dei dubbi? Chi contesta questa tesi deve essere per forza meschino e ideologico! Dopotutto non ci insegna anche la teoria microeconomica – certamente non un covo di comunisti – che togliere 100 euro a un ricco, per donarli a un povero, incrementa l’utilità totale della società [1] e che attraverso un opportuno sistema di tassazione e redistribuzione è possibile mantenere l’efficienza del mercato e raggiungere una distribuzione dei redditi socialmente più desiderabile? [2]

Perché non essere allora, per una volta, utopisti e spingere il ragionamento alle sue estreme conseguenze? Assegniamo a tutti la stessa fetta di produzione!  È il principio alla base del socialismo, perchè non dovrebbe funzionare?

La risposta è che, come al solito, abbiamo trascurato ciò che non si vede. Abbiamo tolto la torta ancora calda dal forno e ci siamo preoccupati di come dividere le fette, dimenticandoci però di chi quella torta l’aveva cucinata! Produzione e distribuzione di ricchezza non sono processi indipendenti! Una storiella che da diverso tempo circola su internet, e che ho qui liberamente interpretato, potrà essere utile per illustrare come agire sul processo di distribuzione abbia effetti, deleteri e indesiderati, sulla produzione di ricchezza.

Si racconta che in un’università del Texas, prima della consegna di un test intermedio, gli studenti avessero sfidato il loro professore di economia a dimostrare che il socialismo non funzionava e a spiegare come mai fosse contrario a un sistema di tassazione fortemente progressivo, che permettesse al governo di garantire a tutti un reddito minimo ed eliminare la povertà.

«Facciamo un esperimento – suggerì allora il professore. Invece di assegnare a ciascuno di voi il voto ottenuto al test che avete svolto, farò una media dei risultati e assegnerò a tutti lo stesso giudizio»

Gli studenti furono d’accordo e l’indomani ebbero la piacevole sorpresa di ricevere tutti come valutazione una B. [3] L’esperimento sembrava essere un successo.

Le cose andarono però molto diversamente al compito successivo. Chi aveva studiato poco, infatti, studiò ancor meno e quelli che prima avevano passato notti insonni sui libri, per preparare bene l’esame e ottenere il massimo dei voti, decisero che non ne valeva più la pena. Perché dannarsi di lavoro quando a goderne i frutti saranno altri? Siamo al College, per Dio! Possiamo divertirci sul serio!

Il secondo test rappresentò il brusco risveglio alla realtà, D per tutti, e i risultati non fecero altro che peggiorare. La situazione interna alla classe si deteriorò in modo irreparabile: insulti, accuse, tensione sociale. Nessuno intendeva studiare sodo per poi dividere i risultati con gli altri.  L’idillio iniziale era svanito nel nulla.

Il test finale fu uno shock: tutti bocciati; ma almeno le fette della torta erano tutte  uguali.

— Marco Bollettino

 

Note

[1] In realtà la cosa non è vera perché, come scriveva già Jevons e ribadì anche Mises, non si possono confrontare le preferenze di diversi individui né tantomeno sommarle in un aggregato chiamato utilità totale.

[2] È il cosiddetto secondo teorema dell’economia del benessere

[3] Nelle università americane i voti variano da A (il voto massimo) a F (il voto minimo). La soglia della sufficienza è la C.

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