La rivoluzione che non c’è

La diatriba sulla riforma del mercato del lavoro sembra giunta a conclusione, e ora che il provvedimento ha preso dei connotati definitivi si possono cominciare a dare dei giudizi.
Da liberale ho senz’altro guardato con favore all’idea di aprire il mercato del lavoro attuale, che, con una serie di riforme monche e mai portate a compimento, era diventato una sorta di “doppio binario” tra lavoratori garantiti, normalmente in età avanzata, e giovani trasformati da disoccupati a sottoccupati con una selva di contratti mal progettati dal regolatore pubblico e con oltre il 90% delle aziende che non possono rischiare di crescere oltre i 15 dipendenti per non rientrare nelle pastoie di uno statuto dei lavoratori limitante.
All’inizio l’operato del governo Monti sembrava ispirato alla proposta del Sen. Pietro Ichino, che, pur non essendo certo un’ apertura totale del mercato del lavoro in senso contrattualista che un liberale auspicherebbe, senza dubbio avrebbe portato una notevole semplificazione e un aumento della competitività senza intaccare in nessun modo i presunti “diritti dei lavoratori”, anzi ampliando le garanzie alla gran parte della forza lavoro che non ha la fortuna di rientrare nella piccola percentuale di privilegiati a tempo indeterminato in grosse aziende.

In sintesi la bozza prevedeva l’eliminazione delle garanzie dell’articolo 18 per quanto riguarda i licenziamenti per causa economica, sostituita da un’ assicurazione complementare stipulata dalle aziende che si sarebbe occupata di indennizzare il lavoratore, creando un naturale disincentivo al licenziamento tramite il premio di rischio, eliminando, per contro, tutta la selva di contrattucoli frutto di compromessi a ribasso per garantire un minimo di flessibilità aggirando i dinieghi sindacali.
Queste idee, pur rimanendo legate a concetti come contratti unici e contrattazione collettiva, che non possono certo entusiasmare chi crede nella libertà economica, sono sicuramente un miglioramento sostanziale delle condizioni precedenti, ma dopo trattative estenuanti e intercessioni politiche varie la forma finale della riforma ne è uscita stravolta.
La “flessibilità in uscita” della bozza uscita ieri, infatti, si risolve in un indennizzo che va da 15 a 27 mensilità per i licenziamenti per motivi economici, ovvero un costo insostenibile, probabilmente peggiore del reintegro, per un datore di lavoro che si trova a dover ridurre il personale per problemi di produttività e che difficilmente una forma di assicurazione, pubblica o privata possa coprire a prezzi di mercato. Insieme a questa (falsa) flessibilità abbiamo una serie di modifiche formali, con la cassa integrazione trasformata in un’ assicurazione pubblica erogata con criteri differenti, che probabilmente sarà più efficiente ma non sarà certo una modifica epocale, e tutta una serie di prese di posizione che si illudono di modificare dinamiche di mercato con due righe di legge (come l’affermazione che l’apprendistato sarà finalizzato al lavoro a tempo indeterminato o i limiti all’utilizzo di contratti a tempo determinato, rinnovabili fino ad un massimo di 36 mesi, o ai rapporti libero-professionali che, se continuativi, dovranno essere trasformati in quell’orribile termine che è il “lavoro subordinato”) che si tradurranno nel migliore dei casi in un nulla di fatto e nel peggiore in nuovi disoccupati e ulteriore lavoro nero, il vero ammortizzatore sociale che permette a questo paese di restare a galla come ci ricordava Friedman. Lo stesso permanere di tutte le forme di lavoro a tempo determinato, rese marginalmente più costose ma sempre molto più convenienti del rischio di non poter licenziare se non ad un prezzo altissimo, dimostra come l’operato del ministro Fornero sia nient’altro che un’ opera di maquillage che di certo non porterà il paese ai livelli di competitività tali da dare qualche speranza di uscire da una crisi molto più grave del previsto.
A questo punto da una parte bisognerebbe chiedere a Monti se aveva senso portare avanti mesi di trattativa per arrivare all’ennesimo provvedimento gattopardesco, che tutto cambia per non cambiare niente, e dall’altra ai sindacati, CGIL in testa, se sia serio minacciare la lotta dura per una sorta di idolatria dell’articolo 18, che cambia solo nella forma ma non nella sostanza, lasciandoci un mercato del lavoro ancora bloccato e di difficile accesso, e dimostrandosi ancora una volta difensori di una piccola aliquota di privilegiati con tessera sindacale e garanzie, a scapito di un sistema paese sempre meno competitivo e soprattutto delle fasce più deboli della società, specialmente i giovani, il tutto nel plauso collettivo. Non male per i “difensori del bene comune, dei poveri e degli oppressi”.
Che dire? Ancora una volta, dopo il decreto “liberalizzazioni”, la montagna ha partorito il topolino, e a caro prezzo politico, in un paese che si dimostra sempre più irriformabile e rigido, tra posizioni clientelari, diritti acquisiti e veti incrociati.

Domenico Monea

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