Cose (E)inaudite – Asili & co.; pianifico ergo sum

C’è un filo rosso che unisce quasi tutti i problemi economici e occupazionali che animano il dibattito pubblico, e che hanno occupato le prime pagine dei giornali anche questa settimana: dalla vicenda dei 204 precari della Regione, di cui abbiamo parlato venerdì scorso, a quella dei precari degli asili nido del Comune di Torino; dalle apprensioni per la Fiat che forse se ne va (su cui il Ministro Fornero ieri ha dovuto riferire al Senato!), alle preoccupazioni di un’associazione in quota Gariglio per il futuro dei lavoratori della Sagat, qualora questa finisse in mano privata; dal coinvolgimento diretto di tutte le istituzioni locali nella vertenza Csea (agenzia di formazione professionale controllata dal Comune di Torino, a quanto pare con buco di bilancio plurimilionario), alle polemiche dei piccoli commercianti che, a Venaria come a Torino, si oppongono alla concorrenza della grande distribuzione; dalla richiesta dei commercianti di Moncalieri al Comune di approvare in fretta il piano commerciale, così da facilitare loro l’accesso ai finanziamenti pubblici, alla selva di vincoli all’apertura di nuovi cinema, che l’assessore regionale Coppola vorrebbe giustamente sfoltire, dovendo però fare lo slalom tra tutti i paletti messi dagli attuali esercenti (e l’elenco potrebbe continuare: dice niente l’entusiasmo di molti politici per la Tav?).

Il filo rosso (rossissimo!) che lega tutti questi esempi è la convinzione che la politica non debba limitarsi ad essere un arbitro imparziale, ma invece possa e debba giocare in prima persona ognuna di queste partite, pianificandone a dovere l’esito e poi ricorrendo a tutte le potenti armi a sua disposizione, normative e di moral suasion, per raggiungere il risultato prestabilito. In certi casi, come per i precari della Regione e degli asili, o per i lavoratori Csea, la politica è lei stessa datrice di lavoro, e dunque è coinvolta in massimo grado; ma la politica dirige le danze anche nelle vicende che dovrebbero riguardare solo attori privati: piccoli commercianti e grande distribuzione, gestori di cinema vecchi e nuovi, Fiat e Sagat (ove privatizzata) e loro dipendenti.

Purtroppo, ci siamo talmente abituati a questa interferenza, che ormai a considerarla normale non sono più soltanto i politici, desiderosi di espandere il proprio potere, ma tutti gli attori in gioco, dai lavoratori che invocano protezione, ai datori di lavoro, che spesso son ben contenti di sedersi al tavolo con le istituzioni, visti i benefici che a vario titolo traggono o possono trarre da una politica compiacente (da vincoli all’ingresso di nuovi concorrenti a misure protezioniste di vario tipo, dal business della cassa integrazione a incentivi e sussidi assortiti).

Eppure, ci sono ottime ragioni per dubitare che continuare ad affidarci alla politica sia la soluzione migliore. Intanto, un’analisi più attenta ci rivela che quelle che sembrano ineluttabili fatalità, come la crisi, la disoccupazione, l’impoverimento generale, sono in realtà causate proprio dalle interferenze della politica, con le sue tasse, i suoi divieti assurdi, i suoi ostacoli all’impresa, la sua concorrenza sleale ai privati nel farsi ancora “imprenditrice” in una miriade di settori. Perché mai, allora, dovremmo affidare alla politica il compito di tirarci fuori dai guai in cui essa stessa ci ha fatto piombare? non è forse grande il rischio che finisca col fare ancora più danni?

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