Baratto, decrescita e miseria

Marco Bollettino sull’Ashoka’s Corner continua il lavoro di decostruzione e analisi di vari sproloqui trovati online. Nel suo articolo, che riportiamo nuovamente per intero, affronta i temi della redistribuzione delle ricchezze globali, del consumismo e del baratto, mettendo in evidenza alcuni errori logici causati, si spera, più dall’ignoranza che dalla cattiva fede del giornalista.

“Ricordiamoci questa frase di Murray Rothbard

“Non è un crimine essere ignoranti in economia, dopo tutto si tratta di una disciplina specializzata, considerata dalla maggior parte delle persone una triste scienza. Ma è totalmente irresponsabile fare la voce grossa ed esprimere opinioni in materie economiche mentre si persiste in tale stato di ignoranza


Bene, ora leggiamo l’articolo di Stefano Corradino per il Fatto Quotidiano

“Ho un tubo del lavandino che perde. Me lo sistemi?” “Volentieri! Scusa, ma tu parli inglese? Mi aiuti a tradurre questa lettera?”. Due interlocutori, due professionalità. E due esigenze diverse. Possono soddisfarle nel modo più tradizionale, mettendo mano al portafoglio. O in un altro modo. Con uno scambio bilaterale sulla base delle proprie competenze. Il principio base è quello dell’economia classica: lo scambio delle merci o dei servizi immateriali corrisponde al punto di incontro fra domanda e offerta. Cambia il mezzo: un soggetto cede un bene o un servizio e riceve in cambio un altro bene o un altro servizio.

In realtà lo scambio di merci e servizi immateriali corrisponde all’incontro di due persone che si trovano in una situazione speciale. Nell’esempio abbiamo una persona che conosce l’inglese ed ha bisogno di sistemare il lavandino e dall’altra un idraulico che necessita di una traduzione. Ci troviamo quindi nel caso, più unico che raro, in cui può avvenire uno scambio diretto.

Ma in tutte le altre situazioni come si dovrebbe fare? Se chi ha il lavandino rotto non sa l’inglese? E se l’idraulico non ha lettere da tradurre ma ha bisogno di cibo e vestiti?

Il baratto è la forma primordiale di economia. Solo al 620 a.C. (la data divide gli storici) sarebbe attribuita l’invenzione della moneta. E qualcuno comincia a pensare che lì siano cominciati i guai…

Innanzitutto non è vero che la moneta viene “inventata” nel 620 a.c. In quella data nella Lidia (odierna Turchia) circolavano, secondo Erodoto, le prime monete in lega d’oro e argento, ma la “moneta”, intesa come comune mezzo di scambio, esisteva già molto prima.

La moneta è nata, come spiega bene Carl Menger, a partire dal baratto tramite un processo di selezione spontanea, proprio per risolvere il problema che evidenziavo poco sopra. Se ho a disposizione dieci mele e voglio procurarmi due pagnotte non è detto che riesca a trovare facilmente qualcuno con bisogni coincidenti ma opposti ai miei – magari il panettiere desidera un paio di scarpe e non se ne fa nulla delle mele.

Devo rinunciare al pane e tenermi le mele? No, affatto.

Posso cercare di scambiare le mele per qualcos’altro, con l’intenzione di usarlo in uno scambio futuro per ottenere il pane. Questa tecnica, che si chiama “scambio indiretto” porta alcune merci ad essere scambiate con più frequenza rispetto alle altre; sono “più commerciabili”. A questo punto, quando cerco di piazzare le mie mele, diventa per me conveniente cercare di entrare in possesso di una di queste merci in modo da aumentare la probabilità di riuscire ad ottenere il pane in uno scambio futuro. Anche il panettiere, ovviamente, inizierà a ragionare in questo modo e dopo un po’ di tempo ecco chealcune merci emergeranno come vera e propria “moneta”.

Da notare alcune cose:

  1. Nessun governo o sovrano ha inventato nulla, la moneta è stata prodotta del mercato. Hayek diceva che queste istituzioni (moneta, linguaggio, etc.) sono il prodotto dell’azione umana ma non della pianificazione umana.
  2. Se decidiamo di eliminare la moneta corrente ma lasciamo la gente libera di scambiare, il processo di evoluzione spontanea porterà all’origine di un altro bene con la funzione di moneta
  3. La moneta risolve problemi, non li crea. I problemi iniziano quando gli Stati reclamano per sé il diritto di decidere cosa è moneta e cosa no.

Ma continuiamo nella lettura.

Quest’anno, ma era già avvenuto seppur in misura minore, attraverso un sito internet rimbalzato su Facebook e altri social network, qualcuno ha pensato di proporre una “settimana del baratto” (dal 14 al 20 novembre) sondando la disponibilità dei Bed & Breakfast italiani a uno scambio extra monetario. Niente contanti, nè in anticipo nè a saldo. Niente carte di credito. Il pernottamento in cambio della tinteggiatura di una stanza, di un servizio fotografico, di una cena preparata dai clienti stessi. Hanno aderito all’iniziativa 300 strutture. A 50mila persone su Facebook l’idea “piace”, oltre 5mila persone ne stanno parlando.

In cambio di un soggiorno di uno o due notti gli ospiti canteranno, daranno qualche lezione di pianoforte, doneranno il loro olio e vino o un vecchio computer impolverato ma ancora funzionante. Nessun pagamento, nessun prelievo al bancomat nè anticipo contanti. Lo scambio è in natura.

Queste iniziative sono sempre possibili anche in una economia monetaria e non è certo la presenza del denaro in sé ad ostacolarle. In realtà, a voler essere precisi, un ostacolo c’è, lo Stato.

Se ho un parcheggio e lo concedo in uso ad un amico per un mese in cambio di una damigiana di vino rosso non ci sono problemi. Se però inizio ad “affittare” il mio posto macchina facendomi pagare in beni e servizi, devo pagare la mia parte,che non è semplicissima da calcolare, al fisco.

In parole povere: fate uno scambio tra di voi e va bene, fatene dieci e diventate evasori fiscali!

Ovviamente nell’articolo la questione baratto era solo  un pretesto per poi parlare d’altro.

La risposta alla crisi economica galoppante, e che
sta contagiando una a una le principali potenze, è il baratto? Ovviamente no, almeno per adesso… Ma queste iniziative (sono in forte aumento) non sono solo la spia del progressivo impoverimento o della corsa al risparmio ma anche di un rifiuto etico del consumismo e del principio che debba essere l’economia a regolare le nostre relazioni umane.

Vedete un nesso logico tra “baratto” e rifiuto del consumismo? Non c’è. Il consumismo è l’identificazione della felicità personale con il possesso ed il consumo di un numero crescente di beni, è una questione etica, riguarda i fini dell’azione umana, non economica.

Perchè allora viene fatta questa associazione?


Perchè a partire dagli anni ’30 si è diffusa l’idea per cui l’economia di un paese va bene quando tutta la produzione viene consumata, quando la “domanda aggregata” è in continua crescita, quando tutti i macchinari (non importa cosa producano) lavorano a pieno regime, non ci sono risorse sottoutilizzate, non c’è gap tra la produzione potenziale e quella effettiva.

Riconoscete una qualche teoria economica in particolare?

“E’ la crescita che produce il debito!” ha affermato di recente in un’intervista ad Articolo21 Paolo Cacciari, giornalista e membro dell “Associazione per la Decrescita”: “Se invece dicessimo: produciamo solo quello che di cui c’è davvero bisogno mirando a fare economia (in senso stretto!) e non business (la fortuna di pochi), vedremo che staremo tutti meglio”.


Questa affermazione contiene due errori concettuali:

  1. Il fatto che la crescita della domanda in questi ultimi anni sia avvenuta a debito non significa che la crescita economica produca debito. Oggi posso consumare di più perchè ho contratto dei debiti o perchè ieri ho consumato meno ed ho risparmiato.
  2. Per produrre solo quello “di cui c’è davvero bisogno” dobbiamo lasciar lavorare il mercato ed osservare prezzi relativi, profitti e perdite. Se poi la Fiat non vende automobili bisogna lasciare che riduca la produzione e non chiedere sussidi. Il metodo alternativo, ovvero la pianificazione centrale della produzione, non funziona ed al massimo produce quello che Paolo Cacciari ritiene “il necessario”.

Da un ragionamento sbagliato non si può che giungere una conclusione ancora peggiore.

La decrescita: rallentare lo sviluppo e redistribuire le risorse globali. Pensare ad una equa distribuzione delle risorse economiche e naturali tra i Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo. Non è una teoria marxista ma la riflessione di un’ampia schiera di economisti illuminati.

Ed ecco che dal baratto siamo arrivati alla redistribuzione globale, che ovviamente deve essere fatta a spese dei “ricchi”.

L’1 per cento della popolazione mondiale detiene il 40 per cento della ricchezza planetaria. Ma noi ci scandalizziamo anche solo all’idea di una semplice patrimoniale che costringa i ricchi a pagare qualche tassa in più…

Peccato che leggendo un saggio sulla disuguaglianza globale si apprende che:

Milanovic  fa anche delle interessanti comparazioni internazionali. La tipica persona nel top 5% della popolazione indiana, per esempio, guadagna lo stesso o meno della tipica persona appartenente al 5% inferiore  della popolazione americana. Proprio così: gli americani più poveri sono, in media, più ricchi degli indiani più ricchi.

Uno studio della Worldbank poi spiega che il miglior modo per diminuire la disuguaglianza globale consiste nell’aprire quanto più possibile le frontiere alla circolazione dei beni e delle persone.

Ricapitolando, possiamo distribuire più equamente la ricchezza globale lasciando che il mercato, quello vero fondato su risparmio ed investimento e non sul consumo di tutta la produzione, produca “torte” sempre più grandi, facendo in modo che chi vive in un paese povero possa liberamente emigrare e costruirsi una vita altrove (eliminando le barriere all’emigrazione) e lasciando che i paesi commercino liberamente tra di loro (abolendo dazi e barriere protettive).

I fautori della decrescita, a cui il problema della disuguaglianza dei redditi sta molto a cuore, invece propongono di limitare gli scambi, mettere barriere protettive e dazi e poi magari tassare chi vive nei paesi ricchi e distribuire gratis et amore dei nei paesi poveri.

In pratica: chiudiamoli in un ghetto e facciamo la carità.”
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